Quando sento parlare di semplificazione mi vengono i brividi. Perché? Perché da quando, da decenni, i vari governi hanno parlato di semplificazione, ogni volta il tutto si è tradotto in ulteriore appesantimento delle pratiche burocratica, in conseguente diminuzione esponenziale dell’efficienza ed aumento delle possibilità di brogli.
La ragione sta nel fatto che da troppo ormai la classe politica è composta, per lo più, da mediocri che cercano una posizione, la “carega”, ai soli scopi di potere e denaro; elementi quindi quasi sempre digiuni di informazioni tecniche sufficienti per dirimere la materia di cui sono chiamati ad occuparsi in nome del Popolo, capaci solo di farsi la guerra e di sbarrare la strada ai migliori.
La conseguenza inevitabile è che codeste persone debbano farsi “aiutare” da cosiddetti “esperti del settore”, elementi ovviamente (per motivazioni di voto e di scambio di favori) scelti tra le fila dei frequentatori di partito e non sempre all’altezza della situazione, poiché da troppi anni si sono infilati nei partiti personaggi in cerca solo di lavoro ed assolutamente menefreghisti dei bisogni della gente.
Cosa possono dunque due inesperienze unite dal solo fine di acquisire un posto, del lavoro? Devono ovviamente rivolgersi alla schiera, sempre più pingue, dei burocrati che affollano ogni ufficio pubblico, dal più piccolo Comune su su fino ai Ministeri.
Mentre i burocrati di tempo fa almeno conoscevano approfonditamente la materia e solo ai vertici prendevano parte attiva agli “affari”, oggi il numero dei burocrati giovani, inesperti (e quindi paurosi ed incapaci di assumersi qualsivoglia responsabilità decisionale) ed “affamati” è in costante allarmante aumento (in parallelo all’aumento delle poltrone politiche); consci dell’inetta mancanza di autonomia di tanti politici sanno di avere comunque in mano un grande potere.
La conseguenza è il diluvio normativo, con norme troppo vaghe o troppo dettagliate quando non in palese contrasto con altre, che inibiscono, bloccano il cittadino rispettoso quando non lo colpiscono con sanzioni non proporzionate e tese solo a fare cassa. Come in un girone infernale, in una progressione geometrica dannata, chi legifera sulla scorta dei documenti istruiti dai burocrati non si rende neppure conto che costoro anziché semplificare alimentano la confusione con l’unico risultato di incrementare il loro potere; vien persino da pensare che certi burocrati creino appositamente norme insulse, astruse, dannose e complicatorie che riducono l’efficienza, aumentano il loro potere ed aumentano esponenzialmente la capacità di brogli e tangenti. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina…diceva Andreotti, politico assai discusso ma certamente non mediocre! E’ amaro poi constatare come il diluvio normativo colpisca solo le regioni più “virtuose” mentre non sortisce alcun effetto in aree endemiche del Paese che non rispettano alcuna legge se non quella della malavita organizzata.
Il problema quindi è assolutamente non risolvibile in questa stagione triste; solo una fortissima esigenza di moralizzazione proveniente dal Popolo e da uomini di pensiero ed etica (al momento non si vedono mentre emergono per lo più quelli malati dalla stessa fame di denaro e carriera) potrebbe scardinare il meccanismo, azzerando i modi con cui si rigenerano ed autoalimentano la classe dei politici e quella dei burocrati; ma serpeggia ormai l’amara impressione che solo forti sconvolgimenti, che tutti abbiamo paura di augurarci per i nostri affari e per il futuro prossimo dei nostri figli, potranno fermare il perverso meccanismo per una rinascita tanto irrealisticamente invocata. Ritengo che i tempi delle Civiltà siano molto più lunghi della vita degli uomini e, a mio parere, siamo in una fase mondiale di decadenza inarrestabile, ma che necessita del tempo necessario per svolgersi interamente e dare luogo ai cambiamenti della Storia; forse Gorbacev, nel suo tentativo di salvare un sistema comunista che con la crisi dagli anni 60 aveva ormai dimostrato la sua inefficienza come sistema, sta alla caduta dell’imperialismo sovietico come l’11 settembre, con il bombardamento delle torri gemelle simbolo del potere economico americomondiale, rappresenta l’inizio della caduta dell’imperialismo americano e del suo modello dei grandi numeri esteso in tutto l’occidente. E’ dunque crisi gravissima di un modello storico sociale ed economico e noi ne siamo infima parte.
Ma tutto ciò, comunque, non ci giustifica nel nostro modesto agire quotidiano quando ci gettiamo il problema alle spalle dicendo che è più grande di noi…poiché il comportamento di ognuno di noi è fondamentale come parte e come esempio per ricostituire una Società sana.
martedì 23 febbraio 2010
Il Bombardamento di Dresda (Leggo e diffondo)
IL BOMBARDAMENTO DI DRESDA: UNA TESTIMONIANZA
di Edda West
da Current Concerns n. 2, 2003
L’11 settembre 2001, mentre osservavo l’orrore e la distruzione dell’attacco al World Trade Center, mi tornarono alla mente le immagini del luogo da cui ero venuta, di tutto ciò che la mia famiglia aveva dovuto affrontare e si riattivò in me la memoria cellulare profonda che conservo ancora come sopravvissuta al bombardamento di Dresda del 1945. Riuscivo a sentire la disperazione e il terrore della povera gente intrappolata nelle torri, la terribile consapevolezza che non c’era via di fuga e che ciò che stavo osservando era la morte collettiva di migliaia di persone, un inimmaginabile sterminio di massa. La mia mente urlava: questa è Dresda! E’ Dresda di nuovo!! Ne sono di nuovo testimone. E’ un altro tempo, un altro luogo, ma l’orrore e la distruzione sono gli stessi e l’unica differenza è un più lieve bilancio dei morti, poche migliaia di persone a confronto delle molte centinaia di migliaia di innocenti che morirono a Dresda.
Sono nata nelle prime ore della mattina del 7 settembre 1943, a Tallin, in Estonia, subito dopo un intenso bombardamento della città ad opera dei sovietici. Quando le sirene dell’allarme aereo iniziarono a suonare, mia madre, incinta e in piena fase di travaglio, si rifugiò in una cantina a casa di un’amica, senza sapere se sarebbe rimasta viva da un minuto a quello successivo o se sarebbe vissuta abbastanza da dare alla luce il bambino che stava per partorire.
Nel corso degli anni, mi sono domandata spesso quale karma e quali strani destini mi abbiano portata in questo mondo proprio durante quell’intenso bombardamento e quale miracolo ci abbia consentito di sopravvivere non solo a quella notte di terrore, ma a molti altri episodi che ci portarono a sfiorare la morte mentre fuggivamo dalle milizie sovietiche che avrebbero inghiottito l’Estonia per i successivi 50 anni.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Estonia era stata occupata in numerose occasioni sia dai sovietici che dai tedeschi. Aveva sofferto sotto le brutali minacce d’invasione dei russi dall’est, aveva fronteggiato occupazioni e violenze contro il suo popolo nel corso dei secoli e aveva lottato per difendere la propria lingua e la propria cultura dalla perpetua minaccia di annientamento.
E per quanto l’Estonia fosse stata occupata in alcuni momenti anche dalle truppe tedesche, l’influsso esercitato dalla Germania era vissuto in modo diverso. C’era l’idea che la cultura estone si fosse evoluta sotto l’influenza tedesca, in termini di educazione, architettura, letteratura. E c’era il senso di comunanza con una cultura più nobile, rispetto alle orde di predoni che sarebbero piovute dalla Russia in spaventose ondate di saccheggi e massacri.
Verso la fine del 1944, divenne evidente che la Germania si stava ritirando e che il suo esercito si preparava a lasciare l’Estonia per l’ultima volta. Nella gente si diffuse l’agghiacciante consapevolezza che non ci sarebbe stata più una forza-cuscinetto da opporre alle armate sovietiche e che un’occupazione permanente e brutale da parte delle forze comuniste era imminente e inevitabile. Durante la prima occupazione sovietica del 1939/40, mio nonno e molti altri membri della nostra comunità erano già stati deportati nei gulag siberiani (campi di lavoro), dove erano morti di freddo e di stenti, e gran parte degli uomini del paese erano stati costretti al servizio militare.
La fattoria di mia nonna era stata occupata per qualche tempo dalle truppe tedesche. Era una grande fattoria, le cui risorse le consentivano di sfamare molti di quei soldati. Si provava nei loro confronti un senso di gratitudine per la protezione offerta contro le truppe sovietiche. Mia madre si innamorò di un ufficiale tedesco che prestava servizio nell’esercito come medico. Quando nell’autunno del 1944 l’armata tedesca iniziò la ritirata e divenne chiaro che l’invasione comunista era inevitabile, quel gentile medico tedesco fece in modo che anche io, mia madre e mia nonna potessimo lasciare il paese.
Ce ne andammo con una nave tedesca da evacuazione, che raggiunse la Germania attraverso il Baltico. La nave che era davanti alla nostra venne bombardata e affondò, senza che vi fossero superstiti. Si viveva momento per momento e il motto di mia madre era “vivi oggi perché il domani potrebbe non arrivare mai”. Mia madre e mia nonna erano convinte che, quale che fosse il destino che avremmo dovuto fronteggiare, sarebbe stato comunque migliore che l’essere condannate ai campi di lavoro sovietici e a morte certa, nel caso in cui fossimo rimaste in Estonia. Non vedemmo mai più quel medico tedesco, che fu richiamato a servire la sua patria. Ci unimmo al fiume di migliaia di rifugiati in cerca di un riparo e di un luogo sicuro, chiedendoci ogni giorno dove potessimo trovare del cibo e un tetto e dove potessimo nasconderci per avere salvezza.
La fame e la denutrizione erano nostre costanti compagne. Mia madre strisciava in ginocchio di notte attraverso i campi coltivati in cerca di un po’ di cibo, scavando con le mani nella speranza di trovare i rimasugli abbandonati di una patata. Anche negli anni successivi alla guerra, quando eravamo ormai al sicuro in Canada, gli occhi di mia nonna si riempivano di lacrime se iniziavo a lamentarmi di un cibo che non mi piaceva. Mi ricordava quanto fosse sacro il cibo e di come lei avesse tenuto da parte ogni briciola di pane per potermi sfamare.
Il flusso di umanità senza dimora, i senzatetto disperati e sconvolti dalle bombe, i profughi affamati, avevano tutti un’unica, fervida preghiera: che la guerra finisse presto, che potessero sopravvivere all’orrore, tornare a casa, riunirsi alle loro famiglie, e che per il momento fosse loro possibile trovare un rifugio sicuro dove ritemprare i loro animi provati dalla guerra.
E avvenne che fosse Dresda quella destinazione, la preghiera esaudita, il porto sicuro per centinaia di migliaia di profughi, la maggior parte dei quali erano donne e bambini. Molti fuggivano dall’armata sovietica in arrivo dall’est ed erano venuti a Dresda perché avevano sentito dire che si trattava di un luogo sicuro, che non sarebbe stato preso di mira dai bombardamenti perché non c’erano né fabbriche di munizioni, né installazioni militari, né artiglieria pesante in grado di alimentare la macchina bellica. Anche alla Croce Rossa era stato promesso che Dresda non sarebbe stata bombardata. Si ritiene che oltre mezzo milione di rifugiati si fossero riversati nella zona di Dresda in cerca di salvezza, facendo più che raddoppiare il numero della popolazione ordinaria.
Non so bene dove attraccò la nostra nave o quale strada prendemmo per andare a Dresda. Ma è probabile che scendemmo a terra nei pressi di Danzica e che ci facemmo poi lentamente strada verso l’interno per recarci a Dresda. Mi ricordo che mia madre e mia nonna mi parlavano spesso della loro preoccupazione di trovarsi di nuovo, nel corso del viaggio, dietro le linee sovietiche, poiché l’armata russa stava avanzando da nord e da est. Camminarono a piedi per centinaia di chilometri, con gli zaini in spalla e con me bambina legata su un carretto che loro spingevano e su cui avevano ammucchiato i loro pochi averi. Per anni mia madre conservò i vecchi stivali da neve che aveva indossato e che le ricordavano quella lunga marcia e i piedi sanguinanti. Li tirava sempre fuori dal cassetto quando si parlava di racconti di guerra. Quegli stivali logori e intrisi di sangue erano come vecchi amici fidati che l’avevano aiutata nel corso di quel lungo viaggio.
Non so quanto tempo rimanemmo a Dresda. Mia nonna, in cambio di un po’ di cibo, lavorava come infermiera in un ospedale della periferia cittadina e avevamo trovato, lì vicino, una stanza in cui vivere all’interno di una soffitta. Ma anche se il porto sicuro era stato finalmente raggiunto, entrambe le donne sapevano d’istinto che la sicurezza sarebbe durata poco, perché i sovietici stavano muovendosi rapidamente verso Dresda e si avvicinavano ogni giorno di più. Nel corso del loro viaggio da profughe, la loro paura più grande era quella di cadere nuovamente nelle mani dei comunisti e di essere rimandate in Estonia e poi nei campi di lavoro sovietici.
Il mio ricordo del bombardamento di Dresda è mediato dagli occhi di mia nonna, che fu testimone dell’orrore e della devastazione, e include alcuni episodi che la storia ha registrato. Anche l’esperienza di Elisabeth, l’unica altra sopravvissuta al bombardamento di Dresda che io abbia incontrato nel corso della vita, può conferire a questa storia una dimensione personale. Benché fossi troppo piccola per averne dei ricordi coscienti, ho rivissuto quegli eventi attraverso incubi notturni che si ripeterono continuamente nei miei primi 12 anni di vita, con il mio subconscio in lotta per liberarsi del terrore collettivo che era stato impresso sulla mia anima e che mi tormentava con immagini di morte e distruzione, con incendi spaventosi che annunciavano la fine del mondo, con la terra che si apriva in crepacci d’inferno pronti ad inghiottirmi.
Mia nonna iniziava sempre il racconto di Dresda con la descrizione dei grappoli di candele rosse infuocate che scendevano dai primi bombardieri e illuminavano il cielo come centinaia di alberi di Natale, segno certo che si sarebbe trattato di un attacco aereo di tutto rispetto. Poi arrivò la prima ondata di bombardieri britannici, che colpì poco dopo le 10 di sera della notte tra il 14 e il 15 febbraio 1945, seguita da altri due raid di bombardamento a tappeto ad opera di inglesi e americani nel corso delle successive 14 ore. La storia ritiene che si sia trattato del più mortale bombardamento aereo di tutti i tempi, con un numero di vittime superiore a quello delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.
In 20 minuti di intenso bombardamento, la città si trasformò in un inferno. Il secondo attacco arrivò tre ore dopo il primo, con lo scopo dichiarato di “colpire i soccorritori, i pompieri e gli abitanti in fuga totalmente privi di copertura”. Nel complesso, gli inglesi lanciarono circa 3.000 tonnellate di esplosivo, che distrussero tetti, muri, finestre, interi edifici e che includevano centinaia di migliaia di sostanze incendiarie al fosforo, cioè un liquido infiammabile che diffondeva incendi inestinguibili in ogni crepa in cui penetrasse, accendendo la miccia dell’inferno che trasformò Dresda in un “uragano di fiamme”.
Quando gli americani sorvolarono la città per il terzo e ultimo attacco, il fumo che si alzava dalla città in fiamme quasi ostruiva la visibilità. Un pilota americano ricorda: “Lanciavamo le bombe da 8.000 metri d’altezza e riuscivamo a malapena a scorgere il suolo, a causa delle nubi e delle alte colonne di fumo nero. Non un solo colpo fu sparato contro i bombardieri britannici o americani”. Gli americani lanciarono 800 tonnellate di esplosivo e bombe incendiarie nell’arco di 11 minuti. Poi i P-51 americani scesero a volo radente e iniziarono a mitragliare le persone che cercavano di fuggire dalla città.
Mia nonna descriveva la terribile tempesta di fuoco che impazzava come un uragano, distruggendo la città. Sembrava che l’aria stessa fosse in fiamme. Migliaia di persone vennero uccise dalle esplosioni, ma un numero enorme e imprecisato venne incenerito dalla tempesta di fuoco, un tornado artificiale con venti che correvano ad oltre 100 miglia all’ora e che “risucchiavano vittime e detriti nel loro vortice e bruciavano l’ossigeno con temperature di 1.000 gradi centigradi”. Molti giorni dopo, quando gli incendi erano ormai spenti, mia nonna fece un giro nella città. Ciò che vide è indescrivibile in qualunque lingua umana. Ma la sofferenza incisa sul suo volto e la profondità dell’angoscia riflessa nei suoi occhi mentre raccontava questa storia erano la testimonianza dell’orrore ultimo, della crudeltà dell’uomo verso l’uomo e dell’assoluta oscenità della guerra.
Dresda, capitale della Sassonia, centro di arte, teatro, musica, musei, vita universitaria, splendente di armoniose architetture, un luogo di bellezza pieno di laghi e giardini, era completamente distrutta. La città bruciò per sette giorni e rimase rovente per settimane. Mia nonna vide i resti delle moltitudini di persone che avevano disperatamente tentato di sfuggire alla tempesta ardente tuffandosi nei laghetti e nelle piscine. Le parti dei loro corpi che erano immerse nell’acqua erano rimaste intatte, ma le parti che sporgevano fuori dall’acqua erano carbonizzate oltre ogni possibilità di identificazione. Ciò che vide fu un inferno al di là dell’immaginazione umana, un olocausto di distruzione che sfida ogni descrizione.
Ci vollero più di tre mesi soltanto per seppellire i morti, migliaia e migliaia di cadaveri vennero gettati in fosse comuni. Irving ha scritto: “Il bombardamento aveva colpito il bersaglio in modo così disastroso, che non era sopravvissuto un numero di persone in salute sufficiente a seppellire i morti”. Il massacro di massa e il terrore crearono così tanta confusione e disorientamento che ci vollero mesi prima di comprendere l’effettiva portata della devastazione; le autorità, per paura di un’epidemia di tifo, cremarono migliaia di cadaveri in pire frettolosamente allestite e alimentate da paglia e legno. La stima delle vittime compiuta dai tedeschi arrivava fino a 220.000 morti, ma il completamento dell’identificazione dei cadaveri fu interrotto dall’occupazione di Dresda da parte dei sovietici, nel maggio successivo.
Elisabeth, che all’epoca del bombardamento di Dresda era una ragazza di 20 anni, ha scritto per i suoi figli un memorandum in cui descrive ciò che le accadde quel giorno. Si era rifugiata nella cantina della casa in cui abitava e racconta: “Poi la detonazione delle bombe iniziò a scuotere il terreno e tutti, in preda al panico, si affrettarono a scendere nei sotterranei. L’attacco durò circa mezz’ora. Il nostro edificio e la zona circostante non erano stati colpiti. Quasi tutti tornarono di sopra, pensando che fosse finita, ma non era così. Il peggio doveva ancora venire e quando arrivò fu un vero e proprio inferno. Durante la breve tregua, lo scantinato si era riempito di persone in cerca di riparo, alcune delle quali erano rimaste ferite dalle schegge delle bombe.
“A un soldato era stata tranciata via una gamba. Lo accompagnava un medico che cercava di prendersi cura di lui, ma lui urlava di dolore e c’era molto sangue. C’era anche una donna ferita, il cui braccio, appena al di sotto della spalla, era stato reciso e ora le penzolava appeso ad un pezzo di cartilagine. Un medico militare si prendeva cura di lei, ma la perdita di sangue era molto copiosa e le sue urla erano spaventose.
“Poi ricominciarono a cadere le bombe. Questa volta non c’erano pause tra le detonazioni e gli scossoni erano così forti che perdemmo l’equilibrio e fummo scagliati qua e là per il sotterraneo come un mucchio di bambole di pezza. In certi momenti i muri della cantina si dividevano a metà e si sollevavano verso l’alto. Vedevamo all’esterno i lampi delle terribili esplosioni. C’erano una quantità di bombe incendiarie e contenitori di fosforo che si rovesciavano ovunque. Il fosforo era un liquido denso che prendeva fuoco appena esposto all’aria e quando penetrava nelle crepe degli edifici bruciava tutto ciò con cui veniva a contatto. Le sue esalazioni erano tossiche. Quando lo vedemmo scorrere lungo i gradini del sotterraneo, qualcuno urlò di prendere le birre (ce n’erano alcune immagazzinate nel luogo in cui ci trovavamo), di inumidire uno straccio o un pezzo dei nostri vestiti e premercelo contro la bocca e il naso. Il panico era terrificante. Tutti spingevano, premevano e graffiavano per impossessarsi di una bottiglia.
Io mi ero tolta un pezzo di biancheria, lo avevo imbevuto di birra e lo premevo contro la bocca e il naso. Il calore dentro quella cantina era così intenso che ci vollero solo pochi minuti perché quel pezzo di stoffa si prosciugasse completamente. Ero come un animale selvaggio, che proteggeva la sua riserva di umidità. Non mi fa piacere ripensarci.
“Il bombardamento continuava. Cercai di reggermi appoggiandomi al muro e questo mi strappò la pelle dalla mano. Il muro era rovente. L’ultima cosa che ricordo di quella notte è di aver perso l’equilibrio, di essermi aggrappata a delle persone per restare in piedi, ma di essere poi caduta trascinandole a terra con me, me le vidi cadere addosso. Sentii che qualcosa mi si era rotto dentro. Mentre ero stesa lì a terra avevo un solo pensiero: continuare a pensare. Finché sapevo che stavo pensando voleva dire che ero viva, ma a un certo punto persi conoscenza.
“La cosa che ricordo subito dopo è di aver sentito un freddo terribile. Mi resi conto in quel momento di essere stesa sul terreno, vedevo gli alberi in fiamme. Era giorno. Su alcuni alberi c’erano animali che strillavano. Erano le scimmie dello zoo, che era andato a fuoco. Iniziai a muovere le gambe e le braccia. Faceva molto male, ma riuscivo a muoverle. La sensazione di dolore mi diceva che ero viva. Credo che i miei movimenti furono notati da uno dei soldati dei reparti medici di soccorso.
“Questi reparti erano stati inviati in ogni zona della città ed erano stati loro ad aprire dall’esterno la porta della cantina. Avevano portato tutti i corpi fuori dall’edificio in fiamme. Ora stavano cercando di capire se qualcuno di noi dava segni di vita. In seguito venni a sapere che da quella cantina erano stati estratti più di centosettanta corpi, ventisette dei quali erano tornati alla vita. Io ero uno di questi. Un miracolo!
“Poi cercarono di portarci all’ospedale, fuori dalla città in fiamme. Questo tentativo fu un’esperienza raccapricciante. A bruciare non erano solo gli edifici e gli alberi, ma lo stesso asfalto delle strade. Per ore e ore il camion cercò di trovare dei percorsi alternativi, prima di riuscire a venir fuori dal caos. Ma prima che i veicoli di soccorso potessero condurre i feriti negli ospedali, alcuni aerei nemici si abbassarono nuovamente verso di noi. Venimmo spinti in fretta e furia fuori dai camion e fatti sdraiare al riparo sotto di essi. Gli aerei ci sparavano addosso con le mitragliatrici, lanciando altre bombe incendiarie.
“Il ricordo più vivido nella mia mente è quello delle immagini e delle grida degli esseri umani rimasti intrappolati nell’asfalto fuso e rovente, che bruciavano come torce umane invocando un aiuto che nessuno poteva dargli. In quel momento ero troppo intontita per comprendere fino in fondo l’atrocità di quella scena, ma quando fui “al sicuro” in ospedale, l’impatto di quelle immagini e di tutto il resto mi provocò un completo collasso nervoso. Dovettero legarmi al letto per evitare che mi infliggessi da sola delle gravi ferite. Urlai per ore ed ore dietro una porta chiusa, mentre un’infermiera restava accanto al mio letto.
“Mi stupisco di come tutto questo sia ancora così vivido nella mia memoria (Elisabeth aveva più di 70 anni quanto scriveva queste righe). E’ come aprire una diga. Questo orrore è rimasto dentro di me, nei miei sogni, per molti anni. Sono felice di non provare più sentimenti di furia o di rabbia quando ripenso a queste esperienze. Provo solo una gran compassione per il dolore di chiunque, incluso il mio”.
“L’esperienza di Dresda è rimasta molto vivida in me per tutto il resto della mia vita. I media riferirono in seguito che il numero dei morti provocati dal bombardamento era stato stimato in oltre 250.000, più di un quarto di milione di persone. Questo era dovuto a tutti i profughi che erano arrivati a Dresda cercando di sfuggire ai russi e alla fama di città sicura di cui Dresda godeva. Non c’erano rifugi antiaerei, perché era stato fatto un accordo con la Croce Rossa.
“Cosa ne fu di tutti quei cadaveri? La maggior parte rimase sepolta tra le macerie. Penso che tutta Dresda si trasformò in un’unica fossa comune. Per la maggioranza di quei corpi, ogni identificazione fu impossibile. Dunque i parenti delle vittime non furono mai avvertiti. Innumerevoli famiglie rimasero senza madri, padri, mogli, figli e congiunti di cui ancora oggi nessuno sa nulla”.
Secondo gli storici, la questione di chi ordinò quell’attacco e perché non ha mai avuto risposta. A tutt’oggi nessuno è riuscito a far luce su queste due cruciali domande. Alcuni pensano che la risposta possa trovarsi in carteggi inediti tra Franklin D. Roosevelt, Dwight Eisenhower, Winston Churchill e forse altri. La storia riporta che l’attacco inglese e americano contro Dresda provocò un numero di vittime pari a due volte e mezzo quelle che l’Inghilterra aveva subìto in tutta la Seconda Guerra Mondiale e che fra i tedeschi morti durante la guerra, uno su cinque morì durante l’olocausto di Dresda.
Alcuni dicono che il motivo fosse quello di infliggere il colpo di grazia allo spirito tedesco, che l’impatto psicologico provocato dalla totale distruzione del cuore pulsante della storia e della cultura tedesca avrebbe messo in ginocchio la Germania una volta per tutte.
Altri dicono che si trattò di un test per sperimentare nuove armi di distruzione di massa, la tecnologia delle bombe incendiarie al fosforo. Senza dubbio alla radice di tutto vi furono necessità di controllo e di potere. Il bisogno insaziabile dei dominanti di imporre controllo e potere su un’umanità prigioniera e impaurita è ciò che porta a stermini di massa come i bombardamenti di Dresda o di Hiroshima.
Ma io credo che vi fosse un ulteriore e più cinico movente, che potrebbe rappresentare il motivo per cui ogni indagine completa sul bombardamento di Dresda è stata soppressa. Gli alleati sapevano benissimo che centinaia di migliaia di profughi si erano diretti a Dresda nella convinzione che si trattasse di un rifugio sicuro e alla Croce Rossa era stato garantito che Dresda non era un obiettivo. A quel punto si scorgeva all’orizzonte la fine della guerra e si sarebbe dovuto affrontare il problema dell’enorme massa di rifugiati da essa provocati. Cha fare di tutta questa gente dopo la fine della guerra? Quale soluzione migliore della soluzione finale? Perché non prendere due piccioni con una fava? Con l’incenerimento della città, insieme ad una larga percentuale dei suoi residenti e profughi, l’efficacia delle nuove bombe incendiarie era stata tangibilmente dimostrata. Sgomento e terrore erano stati instillati nel popolo germanico, accelerando così la conclusione della guerra. In ultimo, il bombardamento di Dresda assicurò la sostanziosa riduzione di un enorme oceano di umanità indesiderata, alleggerendo notevolmente i problemi e l’incombente fardello della ristrutturazione e risistemazione postbellica.
Forse non sapremo mai cosa ci fosse nella psiche degli uomini di potere di quell’epoca o quali furono i veri motivi che portarono a scatenare una devastazione così mostruosa contro le vite dei civili, a massacrare in massa un’umanità indifesa che non costituiva alcuna minaccia militare e il cui unico crimine era quello di cercare sollievo e riparo dall’infuriare della guerra. In assenza di una qualsiasi giustificazione militare per una simile carneficina di persone inermi, il bombardamento di Dresda può solo essere considerato un orrendo crimine contro l’umanità, che attende invisibilmente e silenziosamente giustizia, per poter risolversi e guarire tanto nella psiche collettiva delle sue vittime quanto in quella dei suoi carnefici.
stgrunkazoon@yahoo.it
di Edda West
da Current Concerns n. 2, 2003
L’11 settembre 2001, mentre osservavo l’orrore e la distruzione dell’attacco al World Trade Center, mi tornarono alla mente le immagini del luogo da cui ero venuta, di tutto ciò che la mia famiglia aveva dovuto affrontare e si riattivò in me la memoria cellulare profonda che conservo ancora come sopravvissuta al bombardamento di Dresda del 1945. Riuscivo a sentire la disperazione e il terrore della povera gente intrappolata nelle torri, la terribile consapevolezza che non c’era via di fuga e che ciò che stavo osservando era la morte collettiva di migliaia di persone, un inimmaginabile sterminio di massa. La mia mente urlava: questa è Dresda! E’ Dresda di nuovo!! Ne sono di nuovo testimone. E’ un altro tempo, un altro luogo, ma l’orrore e la distruzione sono gli stessi e l’unica differenza è un più lieve bilancio dei morti, poche migliaia di persone a confronto delle molte centinaia di migliaia di innocenti che morirono a Dresda.
Sono nata nelle prime ore della mattina del 7 settembre 1943, a Tallin, in Estonia, subito dopo un intenso bombardamento della città ad opera dei sovietici. Quando le sirene dell’allarme aereo iniziarono a suonare, mia madre, incinta e in piena fase di travaglio, si rifugiò in una cantina a casa di un’amica, senza sapere se sarebbe rimasta viva da un minuto a quello successivo o se sarebbe vissuta abbastanza da dare alla luce il bambino che stava per partorire.
Nel corso degli anni, mi sono domandata spesso quale karma e quali strani destini mi abbiano portata in questo mondo proprio durante quell’intenso bombardamento e quale miracolo ci abbia consentito di sopravvivere non solo a quella notte di terrore, ma a molti altri episodi che ci portarono a sfiorare la morte mentre fuggivamo dalle milizie sovietiche che avrebbero inghiottito l’Estonia per i successivi 50 anni.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Estonia era stata occupata in numerose occasioni sia dai sovietici che dai tedeschi. Aveva sofferto sotto le brutali minacce d’invasione dei russi dall’est, aveva fronteggiato occupazioni e violenze contro il suo popolo nel corso dei secoli e aveva lottato per difendere la propria lingua e la propria cultura dalla perpetua minaccia di annientamento.
E per quanto l’Estonia fosse stata occupata in alcuni momenti anche dalle truppe tedesche, l’influsso esercitato dalla Germania era vissuto in modo diverso. C’era l’idea che la cultura estone si fosse evoluta sotto l’influenza tedesca, in termini di educazione, architettura, letteratura. E c’era il senso di comunanza con una cultura più nobile, rispetto alle orde di predoni che sarebbero piovute dalla Russia in spaventose ondate di saccheggi e massacri.
Verso la fine del 1944, divenne evidente che la Germania si stava ritirando e che il suo esercito si preparava a lasciare l’Estonia per l’ultima volta. Nella gente si diffuse l’agghiacciante consapevolezza che non ci sarebbe stata più una forza-cuscinetto da opporre alle armate sovietiche e che un’occupazione permanente e brutale da parte delle forze comuniste era imminente e inevitabile. Durante la prima occupazione sovietica del 1939/40, mio nonno e molti altri membri della nostra comunità erano già stati deportati nei gulag siberiani (campi di lavoro), dove erano morti di freddo e di stenti, e gran parte degli uomini del paese erano stati costretti al servizio militare.
La fattoria di mia nonna era stata occupata per qualche tempo dalle truppe tedesche. Era una grande fattoria, le cui risorse le consentivano di sfamare molti di quei soldati. Si provava nei loro confronti un senso di gratitudine per la protezione offerta contro le truppe sovietiche. Mia madre si innamorò di un ufficiale tedesco che prestava servizio nell’esercito come medico. Quando nell’autunno del 1944 l’armata tedesca iniziò la ritirata e divenne chiaro che l’invasione comunista era inevitabile, quel gentile medico tedesco fece in modo che anche io, mia madre e mia nonna potessimo lasciare il paese.
Ce ne andammo con una nave tedesca da evacuazione, che raggiunse la Germania attraverso il Baltico. La nave che era davanti alla nostra venne bombardata e affondò, senza che vi fossero superstiti. Si viveva momento per momento e il motto di mia madre era “vivi oggi perché il domani potrebbe non arrivare mai”. Mia madre e mia nonna erano convinte che, quale che fosse il destino che avremmo dovuto fronteggiare, sarebbe stato comunque migliore che l’essere condannate ai campi di lavoro sovietici e a morte certa, nel caso in cui fossimo rimaste in Estonia. Non vedemmo mai più quel medico tedesco, che fu richiamato a servire la sua patria. Ci unimmo al fiume di migliaia di rifugiati in cerca di un riparo e di un luogo sicuro, chiedendoci ogni giorno dove potessimo trovare del cibo e un tetto e dove potessimo nasconderci per avere salvezza.
La fame e la denutrizione erano nostre costanti compagne. Mia madre strisciava in ginocchio di notte attraverso i campi coltivati in cerca di un po’ di cibo, scavando con le mani nella speranza di trovare i rimasugli abbandonati di una patata. Anche negli anni successivi alla guerra, quando eravamo ormai al sicuro in Canada, gli occhi di mia nonna si riempivano di lacrime se iniziavo a lamentarmi di un cibo che non mi piaceva. Mi ricordava quanto fosse sacro il cibo e di come lei avesse tenuto da parte ogni briciola di pane per potermi sfamare.
Il flusso di umanità senza dimora, i senzatetto disperati e sconvolti dalle bombe, i profughi affamati, avevano tutti un’unica, fervida preghiera: che la guerra finisse presto, che potessero sopravvivere all’orrore, tornare a casa, riunirsi alle loro famiglie, e che per il momento fosse loro possibile trovare un rifugio sicuro dove ritemprare i loro animi provati dalla guerra.
E avvenne che fosse Dresda quella destinazione, la preghiera esaudita, il porto sicuro per centinaia di migliaia di profughi, la maggior parte dei quali erano donne e bambini. Molti fuggivano dall’armata sovietica in arrivo dall’est ed erano venuti a Dresda perché avevano sentito dire che si trattava di un luogo sicuro, che non sarebbe stato preso di mira dai bombardamenti perché non c’erano né fabbriche di munizioni, né installazioni militari, né artiglieria pesante in grado di alimentare la macchina bellica. Anche alla Croce Rossa era stato promesso che Dresda non sarebbe stata bombardata. Si ritiene che oltre mezzo milione di rifugiati si fossero riversati nella zona di Dresda in cerca di salvezza, facendo più che raddoppiare il numero della popolazione ordinaria.
Non so bene dove attraccò la nostra nave o quale strada prendemmo per andare a Dresda. Ma è probabile che scendemmo a terra nei pressi di Danzica e che ci facemmo poi lentamente strada verso l’interno per recarci a Dresda. Mi ricordo che mia madre e mia nonna mi parlavano spesso della loro preoccupazione di trovarsi di nuovo, nel corso del viaggio, dietro le linee sovietiche, poiché l’armata russa stava avanzando da nord e da est. Camminarono a piedi per centinaia di chilometri, con gli zaini in spalla e con me bambina legata su un carretto che loro spingevano e su cui avevano ammucchiato i loro pochi averi. Per anni mia madre conservò i vecchi stivali da neve che aveva indossato e che le ricordavano quella lunga marcia e i piedi sanguinanti. Li tirava sempre fuori dal cassetto quando si parlava di racconti di guerra. Quegli stivali logori e intrisi di sangue erano come vecchi amici fidati che l’avevano aiutata nel corso di quel lungo viaggio.
Non so quanto tempo rimanemmo a Dresda. Mia nonna, in cambio di un po’ di cibo, lavorava come infermiera in un ospedale della periferia cittadina e avevamo trovato, lì vicino, una stanza in cui vivere all’interno di una soffitta. Ma anche se il porto sicuro era stato finalmente raggiunto, entrambe le donne sapevano d’istinto che la sicurezza sarebbe durata poco, perché i sovietici stavano muovendosi rapidamente verso Dresda e si avvicinavano ogni giorno di più. Nel corso del loro viaggio da profughe, la loro paura più grande era quella di cadere nuovamente nelle mani dei comunisti e di essere rimandate in Estonia e poi nei campi di lavoro sovietici.
Il mio ricordo del bombardamento di Dresda è mediato dagli occhi di mia nonna, che fu testimone dell’orrore e della devastazione, e include alcuni episodi che la storia ha registrato. Anche l’esperienza di Elisabeth, l’unica altra sopravvissuta al bombardamento di Dresda che io abbia incontrato nel corso della vita, può conferire a questa storia una dimensione personale. Benché fossi troppo piccola per averne dei ricordi coscienti, ho rivissuto quegli eventi attraverso incubi notturni che si ripeterono continuamente nei miei primi 12 anni di vita, con il mio subconscio in lotta per liberarsi del terrore collettivo che era stato impresso sulla mia anima e che mi tormentava con immagini di morte e distruzione, con incendi spaventosi che annunciavano la fine del mondo, con la terra che si apriva in crepacci d’inferno pronti ad inghiottirmi.
Mia nonna iniziava sempre il racconto di Dresda con la descrizione dei grappoli di candele rosse infuocate che scendevano dai primi bombardieri e illuminavano il cielo come centinaia di alberi di Natale, segno certo che si sarebbe trattato di un attacco aereo di tutto rispetto. Poi arrivò la prima ondata di bombardieri britannici, che colpì poco dopo le 10 di sera della notte tra il 14 e il 15 febbraio 1945, seguita da altri due raid di bombardamento a tappeto ad opera di inglesi e americani nel corso delle successive 14 ore. La storia ritiene che si sia trattato del più mortale bombardamento aereo di tutti i tempi, con un numero di vittime superiore a quello delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.
In 20 minuti di intenso bombardamento, la città si trasformò in un inferno. Il secondo attacco arrivò tre ore dopo il primo, con lo scopo dichiarato di “colpire i soccorritori, i pompieri e gli abitanti in fuga totalmente privi di copertura”. Nel complesso, gli inglesi lanciarono circa 3.000 tonnellate di esplosivo, che distrussero tetti, muri, finestre, interi edifici e che includevano centinaia di migliaia di sostanze incendiarie al fosforo, cioè un liquido infiammabile che diffondeva incendi inestinguibili in ogni crepa in cui penetrasse, accendendo la miccia dell’inferno che trasformò Dresda in un “uragano di fiamme”.
Quando gli americani sorvolarono la città per il terzo e ultimo attacco, il fumo che si alzava dalla città in fiamme quasi ostruiva la visibilità. Un pilota americano ricorda: “Lanciavamo le bombe da 8.000 metri d’altezza e riuscivamo a malapena a scorgere il suolo, a causa delle nubi e delle alte colonne di fumo nero. Non un solo colpo fu sparato contro i bombardieri britannici o americani”. Gli americani lanciarono 800 tonnellate di esplosivo e bombe incendiarie nell’arco di 11 minuti. Poi i P-51 americani scesero a volo radente e iniziarono a mitragliare le persone che cercavano di fuggire dalla città.
Mia nonna descriveva la terribile tempesta di fuoco che impazzava come un uragano, distruggendo la città. Sembrava che l’aria stessa fosse in fiamme. Migliaia di persone vennero uccise dalle esplosioni, ma un numero enorme e imprecisato venne incenerito dalla tempesta di fuoco, un tornado artificiale con venti che correvano ad oltre 100 miglia all’ora e che “risucchiavano vittime e detriti nel loro vortice e bruciavano l’ossigeno con temperature di 1.000 gradi centigradi”. Molti giorni dopo, quando gli incendi erano ormai spenti, mia nonna fece un giro nella città. Ciò che vide è indescrivibile in qualunque lingua umana. Ma la sofferenza incisa sul suo volto e la profondità dell’angoscia riflessa nei suoi occhi mentre raccontava questa storia erano la testimonianza dell’orrore ultimo, della crudeltà dell’uomo verso l’uomo e dell’assoluta oscenità della guerra.
Dresda, capitale della Sassonia, centro di arte, teatro, musica, musei, vita universitaria, splendente di armoniose architetture, un luogo di bellezza pieno di laghi e giardini, era completamente distrutta. La città bruciò per sette giorni e rimase rovente per settimane. Mia nonna vide i resti delle moltitudini di persone che avevano disperatamente tentato di sfuggire alla tempesta ardente tuffandosi nei laghetti e nelle piscine. Le parti dei loro corpi che erano immerse nell’acqua erano rimaste intatte, ma le parti che sporgevano fuori dall’acqua erano carbonizzate oltre ogni possibilità di identificazione. Ciò che vide fu un inferno al di là dell’immaginazione umana, un olocausto di distruzione che sfida ogni descrizione.
Ci vollero più di tre mesi soltanto per seppellire i morti, migliaia e migliaia di cadaveri vennero gettati in fosse comuni. Irving ha scritto: “Il bombardamento aveva colpito il bersaglio in modo così disastroso, che non era sopravvissuto un numero di persone in salute sufficiente a seppellire i morti”. Il massacro di massa e il terrore crearono così tanta confusione e disorientamento che ci vollero mesi prima di comprendere l’effettiva portata della devastazione; le autorità, per paura di un’epidemia di tifo, cremarono migliaia di cadaveri in pire frettolosamente allestite e alimentate da paglia e legno. La stima delle vittime compiuta dai tedeschi arrivava fino a 220.000 morti, ma il completamento dell’identificazione dei cadaveri fu interrotto dall’occupazione di Dresda da parte dei sovietici, nel maggio successivo.
Elisabeth, che all’epoca del bombardamento di Dresda era una ragazza di 20 anni, ha scritto per i suoi figli un memorandum in cui descrive ciò che le accadde quel giorno. Si era rifugiata nella cantina della casa in cui abitava e racconta: “Poi la detonazione delle bombe iniziò a scuotere il terreno e tutti, in preda al panico, si affrettarono a scendere nei sotterranei. L’attacco durò circa mezz’ora. Il nostro edificio e la zona circostante non erano stati colpiti. Quasi tutti tornarono di sopra, pensando che fosse finita, ma non era così. Il peggio doveva ancora venire e quando arrivò fu un vero e proprio inferno. Durante la breve tregua, lo scantinato si era riempito di persone in cerca di riparo, alcune delle quali erano rimaste ferite dalle schegge delle bombe.
“A un soldato era stata tranciata via una gamba. Lo accompagnava un medico che cercava di prendersi cura di lui, ma lui urlava di dolore e c’era molto sangue. C’era anche una donna ferita, il cui braccio, appena al di sotto della spalla, era stato reciso e ora le penzolava appeso ad un pezzo di cartilagine. Un medico militare si prendeva cura di lei, ma la perdita di sangue era molto copiosa e le sue urla erano spaventose.
“Poi ricominciarono a cadere le bombe. Questa volta non c’erano pause tra le detonazioni e gli scossoni erano così forti che perdemmo l’equilibrio e fummo scagliati qua e là per il sotterraneo come un mucchio di bambole di pezza. In certi momenti i muri della cantina si dividevano a metà e si sollevavano verso l’alto. Vedevamo all’esterno i lampi delle terribili esplosioni. C’erano una quantità di bombe incendiarie e contenitori di fosforo che si rovesciavano ovunque. Il fosforo era un liquido denso che prendeva fuoco appena esposto all’aria e quando penetrava nelle crepe degli edifici bruciava tutto ciò con cui veniva a contatto. Le sue esalazioni erano tossiche. Quando lo vedemmo scorrere lungo i gradini del sotterraneo, qualcuno urlò di prendere le birre (ce n’erano alcune immagazzinate nel luogo in cui ci trovavamo), di inumidire uno straccio o un pezzo dei nostri vestiti e premercelo contro la bocca e il naso. Il panico era terrificante. Tutti spingevano, premevano e graffiavano per impossessarsi di una bottiglia.
Io mi ero tolta un pezzo di biancheria, lo avevo imbevuto di birra e lo premevo contro la bocca e il naso. Il calore dentro quella cantina era così intenso che ci vollero solo pochi minuti perché quel pezzo di stoffa si prosciugasse completamente. Ero come un animale selvaggio, che proteggeva la sua riserva di umidità. Non mi fa piacere ripensarci.
“Il bombardamento continuava. Cercai di reggermi appoggiandomi al muro e questo mi strappò la pelle dalla mano. Il muro era rovente. L’ultima cosa che ricordo di quella notte è di aver perso l’equilibrio, di essermi aggrappata a delle persone per restare in piedi, ma di essere poi caduta trascinandole a terra con me, me le vidi cadere addosso. Sentii che qualcosa mi si era rotto dentro. Mentre ero stesa lì a terra avevo un solo pensiero: continuare a pensare. Finché sapevo che stavo pensando voleva dire che ero viva, ma a un certo punto persi conoscenza.
“La cosa che ricordo subito dopo è di aver sentito un freddo terribile. Mi resi conto in quel momento di essere stesa sul terreno, vedevo gli alberi in fiamme. Era giorno. Su alcuni alberi c’erano animali che strillavano. Erano le scimmie dello zoo, che era andato a fuoco. Iniziai a muovere le gambe e le braccia. Faceva molto male, ma riuscivo a muoverle. La sensazione di dolore mi diceva che ero viva. Credo che i miei movimenti furono notati da uno dei soldati dei reparti medici di soccorso.
“Questi reparti erano stati inviati in ogni zona della città ed erano stati loro ad aprire dall’esterno la porta della cantina. Avevano portato tutti i corpi fuori dall’edificio in fiamme. Ora stavano cercando di capire se qualcuno di noi dava segni di vita. In seguito venni a sapere che da quella cantina erano stati estratti più di centosettanta corpi, ventisette dei quali erano tornati alla vita. Io ero uno di questi. Un miracolo!
“Poi cercarono di portarci all’ospedale, fuori dalla città in fiamme. Questo tentativo fu un’esperienza raccapricciante. A bruciare non erano solo gli edifici e gli alberi, ma lo stesso asfalto delle strade. Per ore e ore il camion cercò di trovare dei percorsi alternativi, prima di riuscire a venir fuori dal caos. Ma prima che i veicoli di soccorso potessero condurre i feriti negli ospedali, alcuni aerei nemici si abbassarono nuovamente verso di noi. Venimmo spinti in fretta e furia fuori dai camion e fatti sdraiare al riparo sotto di essi. Gli aerei ci sparavano addosso con le mitragliatrici, lanciando altre bombe incendiarie.
“Il ricordo più vivido nella mia mente è quello delle immagini e delle grida degli esseri umani rimasti intrappolati nell’asfalto fuso e rovente, che bruciavano come torce umane invocando un aiuto che nessuno poteva dargli. In quel momento ero troppo intontita per comprendere fino in fondo l’atrocità di quella scena, ma quando fui “al sicuro” in ospedale, l’impatto di quelle immagini e di tutto il resto mi provocò un completo collasso nervoso. Dovettero legarmi al letto per evitare che mi infliggessi da sola delle gravi ferite. Urlai per ore ed ore dietro una porta chiusa, mentre un’infermiera restava accanto al mio letto.
“Mi stupisco di come tutto questo sia ancora così vivido nella mia memoria (Elisabeth aveva più di 70 anni quanto scriveva queste righe). E’ come aprire una diga. Questo orrore è rimasto dentro di me, nei miei sogni, per molti anni. Sono felice di non provare più sentimenti di furia o di rabbia quando ripenso a queste esperienze. Provo solo una gran compassione per il dolore di chiunque, incluso il mio”.
“L’esperienza di Dresda è rimasta molto vivida in me per tutto il resto della mia vita. I media riferirono in seguito che il numero dei morti provocati dal bombardamento era stato stimato in oltre 250.000, più di un quarto di milione di persone. Questo era dovuto a tutti i profughi che erano arrivati a Dresda cercando di sfuggire ai russi e alla fama di città sicura di cui Dresda godeva. Non c’erano rifugi antiaerei, perché era stato fatto un accordo con la Croce Rossa.
“Cosa ne fu di tutti quei cadaveri? La maggior parte rimase sepolta tra le macerie. Penso che tutta Dresda si trasformò in un’unica fossa comune. Per la maggioranza di quei corpi, ogni identificazione fu impossibile. Dunque i parenti delle vittime non furono mai avvertiti. Innumerevoli famiglie rimasero senza madri, padri, mogli, figli e congiunti di cui ancora oggi nessuno sa nulla”.
Secondo gli storici, la questione di chi ordinò quell’attacco e perché non ha mai avuto risposta. A tutt’oggi nessuno è riuscito a far luce su queste due cruciali domande. Alcuni pensano che la risposta possa trovarsi in carteggi inediti tra Franklin D. Roosevelt, Dwight Eisenhower, Winston Churchill e forse altri. La storia riporta che l’attacco inglese e americano contro Dresda provocò un numero di vittime pari a due volte e mezzo quelle che l’Inghilterra aveva subìto in tutta la Seconda Guerra Mondiale e che fra i tedeschi morti durante la guerra, uno su cinque morì durante l’olocausto di Dresda.
Alcuni dicono che il motivo fosse quello di infliggere il colpo di grazia allo spirito tedesco, che l’impatto psicologico provocato dalla totale distruzione del cuore pulsante della storia e della cultura tedesca avrebbe messo in ginocchio la Germania una volta per tutte.
Altri dicono che si trattò di un test per sperimentare nuove armi di distruzione di massa, la tecnologia delle bombe incendiarie al fosforo. Senza dubbio alla radice di tutto vi furono necessità di controllo e di potere. Il bisogno insaziabile dei dominanti di imporre controllo e potere su un’umanità prigioniera e impaurita è ciò che porta a stermini di massa come i bombardamenti di Dresda o di Hiroshima.
Ma io credo che vi fosse un ulteriore e più cinico movente, che potrebbe rappresentare il motivo per cui ogni indagine completa sul bombardamento di Dresda è stata soppressa. Gli alleati sapevano benissimo che centinaia di migliaia di profughi si erano diretti a Dresda nella convinzione che si trattasse di un rifugio sicuro e alla Croce Rossa era stato garantito che Dresda non era un obiettivo. A quel punto si scorgeva all’orizzonte la fine della guerra e si sarebbe dovuto affrontare il problema dell’enorme massa di rifugiati da essa provocati. Cha fare di tutta questa gente dopo la fine della guerra? Quale soluzione migliore della soluzione finale? Perché non prendere due piccioni con una fava? Con l’incenerimento della città, insieme ad una larga percentuale dei suoi residenti e profughi, l’efficacia delle nuove bombe incendiarie era stata tangibilmente dimostrata. Sgomento e terrore erano stati instillati nel popolo germanico, accelerando così la conclusione della guerra. In ultimo, il bombardamento di Dresda assicurò la sostanziosa riduzione di un enorme oceano di umanità indesiderata, alleggerendo notevolmente i problemi e l’incombente fardello della ristrutturazione e risistemazione postbellica.
Forse non sapremo mai cosa ci fosse nella psiche degli uomini di potere di quell’epoca o quali furono i veri motivi che portarono a scatenare una devastazione così mostruosa contro le vite dei civili, a massacrare in massa un’umanità indifesa che non costituiva alcuna minaccia militare e il cui unico crimine era quello di cercare sollievo e riparo dall’infuriare della guerra. In assenza di una qualsiasi giustificazione militare per una simile carneficina di persone inermi, il bombardamento di Dresda può solo essere considerato un orrendo crimine contro l’umanità, che attende invisibilmente e silenziosamente giustizia, per poter risolversi e guarire tanto nella psiche collettiva delle sue vittime quanto in quella dei suoi carnefici.
stgrunkazoon@yahoo.it
venerdì 6 novembre 2009
togliere il Crocefisso
Ricordo sempre una frase di mio nonno, il noto maestro Luigi Franco traduttore dell’Eneide ed educatore di tante generazioni di vittoriesi: “se non ci fosse la Religione bisognerebbe inventarla”.
Oggi i guru mediatici si riempiono invece la bocca di “laicità”.
Comunque non lasciamoci andare ai soliti lamenti contro gli stranieri, contro l’Europa, contro quanti, regolarmente e da decenni, continuano a comandare a casa nostra e ci dicono cosa dobbiamo fare, per risultare bene accetti o per poter entrare nei soliti giri dei potenti e dell’economia.
Da anni siamo in Europa, da anni non contiamo nulla, da anni questa entità di fatto politicamente inesistente (ma corrottamente unita da una mentalità di sinistra) cerca di metterci in ginocchio, di sottrarci la pizza ed il prosecco, di bacchettarci soprattutto quando riusciamo a fare meglio degli altri; e noi che avevamo le migliori maestranze operaie del mondo, la migliore scuola del mondo, la più grande tradizione automobilistica del mondo, la più grande tradizione culturale del mondo, la più grande tradizione religiosa del mondo, abbiamo distrutto tutto ciò per “adeguarci al basso”! Ed ora ci ritroviamo, per i pochi Euro che l’Europa ci ritorna, con la merda fino agli occhi ma ancora comunque supini e proni ad accettare qualsiasi cosa ci propinino o ci obblighino a subire persino contro la nostra Fede.
Ma la colpa non è di Strasburgo, né dei tedeschi dei francesi o degli svizzeri, né dei finlandesi o dei mussulmani…: la colpa è solo nostra.
Non conosciamo l’inno nazionale ma sproloquiamo sui dialetti da salvare, non siamo uniti ma la solita accozzaglia di opportunisti e codardi, facili al tradimento, con unico credo il denaro; ammirano la nostra creatività ma ci ritengono inaffidabili.
E noi lasciamo tutti comandare a casa nostra perché abbiamo bisogno di tutti anche per le cose più semplici, perché siamo divenuti talmente scansafatiche da delegare gli altri a fare ciò che dobbiamo, perché disprezziamo la fatica del lavoro ed apprezziamo la cultura mafiosa di droga usura e denaro ad ogni costo, perché non abbiamo trasmesso alcun valore a giovani ridotti alla ricerca del divertimento o, peggio, dello sballo, come unico senso della vita; egoisti ed invidiosi abbiamo perso il senso sociale della Comunità e dell’aiuto tra le persone che ci aveva fatto crescere; ma soprattutto siamo divenuti così imbecilli che non ci riteniamo sicuri se non copiamo da chi ne sa meno di noi, se non andiamo a commettere gli stessi sbagli che altri hanno commesso prima di noi, se non proviamo o non biasimiamo ogni forma di perversione mentale e sessuale alla continua ricerca di una personalità ormai perduta.
Abbiamo rinunciato ad un’Identità Nazionale, alla nostra autodeterminazione, alla difesa dei nostri valori e tradizioni, al senso della famiglia e della vita stessa per non sentirci fuori moda e isolati; e ci ritroviamo, nonostante (secondo me a causa) tutte queste sciagurate scelte opportunistiche, a dover combattere per il pane quotidiano il posto di lavoro e la pensione, per l’assenza di un futuro per i nostri figli, per la nostra stessa incolumità: incapaci di guardarci indietro e correggere il tiro.
In questo sfascio progressista-capitalista anche la Chiesa Cattolica, o meglio una parte della Chiesa, si è immersa: troppi preti sono dei burocrati miscredenti fannulloni che non sanno fare parrocchia, troppi alti prelati si sono macchiati di gravi perversioni sessuali, troppi economisti ecclesiastici hanno interpretato il loro ruolo bancario che definire eccessivamente disinvolto sarebbe puro eufemismo. Quando partecipai ad un concorso di progettazione per la Cappella di un ospedale mi lascio assai sconcertata la “preoccupazione” ecclesiastica che né la cappella né il sagrato dovevano internamente od esternamente riportare chiari simboli cristiani….onde favorire il raccoglimento di ogni malato al di là della sua religione; una preoccupazione profetica…visti i tempi, che permette altresì di risparmiare sulle presenze dei preti, tanto rari ormai, su icone ed immagini, ma senza togliere comunque le cassette per le elemosine; non in linea con quanto invece portato avanti da Benedetto XVI, Papa Ratzinger, innovativo difensore dei Valori Cristiani.
E mentre avvengono tali strappi, l’imam di Padova, mente assai più intelligente e furba, ieri diceva che è contrario a togliere il Crocefisso e che il Crocefisso è un simbolo della tradizione condiviso (forse non molto in accordo con tanti altri suoi connazionali…) dandoci una lezione di dignità.
Ormai non credo più in una nostra risorsa che forze oscure mescolate anche con la magistratura vogliono impedire. Ma chissà se qualche nuovo irredentista o nazionalista sta nascendo o crescendo per prepararsi a ridare onore e dignità a questa povera Italia. Lo spero anche se ritengo che non abbiamo toccato il fondo e chissà per quanto ancora dovremo vivere momenti sempre più bui.
Oggi i guru mediatici si riempiono invece la bocca di “laicità”.
Comunque non lasciamoci andare ai soliti lamenti contro gli stranieri, contro l’Europa, contro quanti, regolarmente e da decenni, continuano a comandare a casa nostra e ci dicono cosa dobbiamo fare, per risultare bene accetti o per poter entrare nei soliti giri dei potenti e dell’economia.
Da anni siamo in Europa, da anni non contiamo nulla, da anni questa entità di fatto politicamente inesistente (ma corrottamente unita da una mentalità di sinistra) cerca di metterci in ginocchio, di sottrarci la pizza ed il prosecco, di bacchettarci soprattutto quando riusciamo a fare meglio degli altri; e noi che avevamo le migliori maestranze operaie del mondo, la migliore scuola del mondo, la più grande tradizione automobilistica del mondo, la più grande tradizione culturale del mondo, la più grande tradizione religiosa del mondo, abbiamo distrutto tutto ciò per “adeguarci al basso”! Ed ora ci ritroviamo, per i pochi Euro che l’Europa ci ritorna, con la merda fino agli occhi ma ancora comunque supini e proni ad accettare qualsiasi cosa ci propinino o ci obblighino a subire persino contro la nostra Fede.
Ma la colpa non è di Strasburgo, né dei tedeschi dei francesi o degli svizzeri, né dei finlandesi o dei mussulmani…: la colpa è solo nostra.
Non conosciamo l’inno nazionale ma sproloquiamo sui dialetti da salvare, non siamo uniti ma la solita accozzaglia di opportunisti e codardi, facili al tradimento, con unico credo il denaro; ammirano la nostra creatività ma ci ritengono inaffidabili.
E noi lasciamo tutti comandare a casa nostra perché abbiamo bisogno di tutti anche per le cose più semplici, perché siamo divenuti talmente scansafatiche da delegare gli altri a fare ciò che dobbiamo, perché disprezziamo la fatica del lavoro ed apprezziamo la cultura mafiosa di droga usura e denaro ad ogni costo, perché non abbiamo trasmesso alcun valore a giovani ridotti alla ricerca del divertimento o, peggio, dello sballo, come unico senso della vita; egoisti ed invidiosi abbiamo perso il senso sociale della Comunità e dell’aiuto tra le persone che ci aveva fatto crescere; ma soprattutto siamo divenuti così imbecilli che non ci riteniamo sicuri se non copiamo da chi ne sa meno di noi, se non andiamo a commettere gli stessi sbagli che altri hanno commesso prima di noi, se non proviamo o non biasimiamo ogni forma di perversione mentale e sessuale alla continua ricerca di una personalità ormai perduta.
Abbiamo rinunciato ad un’Identità Nazionale, alla nostra autodeterminazione, alla difesa dei nostri valori e tradizioni, al senso della famiglia e della vita stessa per non sentirci fuori moda e isolati; e ci ritroviamo, nonostante (secondo me a causa) tutte queste sciagurate scelte opportunistiche, a dover combattere per il pane quotidiano il posto di lavoro e la pensione, per l’assenza di un futuro per i nostri figli, per la nostra stessa incolumità: incapaci di guardarci indietro e correggere il tiro.
In questo sfascio progressista-capitalista anche la Chiesa Cattolica, o meglio una parte della Chiesa, si è immersa: troppi preti sono dei burocrati miscredenti fannulloni che non sanno fare parrocchia, troppi alti prelati si sono macchiati di gravi perversioni sessuali, troppi economisti ecclesiastici hanno interpretato il loro ruolo bancario che definire eccessivamente disinvolto sarebbe puro eufemismo. Quando partecipai ad un concorso di progettazione per la Cappella di un ospedale mi lascio assai sconcertata la “preoccupazione” ecclesiastica che né la cappella né il sagrato dovevano internamente od esternamente riportare chiari simboli cristiani….onde favorire il raccoglimento di ogni malato al di là della sua religione; una preoccupazione profetica…visti i tempi, che permette altresì di risparmiare sulle presenze dei preti, tanto rari ormai, su icone ed immagini, ma senza togliere comunque le cassette per le elemosine; non in linea con quanto invece portato avanti da Benedetto XVI, Papa Ratzinger, innovativo difensore dei Valori Cristiani.
E mentre avvengono tali strappi, l’imam di Padova, mente assai più intelligente e furba, ieri diceva che è contrario a togliere il Crocefisso e che il Crocefisso è un simbolo della tradizione condiviso (forse non molto in accordo con tanti altri suoi connazionali…) dandoci una lezione di dignità.
Ormai non credo più in una nostra risorsa che forze oscure mescolate anche con la magistratura vogliono impedire. Ma chissà se qualche nuovo irredentista o nazionalista sta nascendo o crescendo per prepararsi a ridare onore e dignità a questa povera Italia. Lo spero anche se ritengo che non abbiamo toccato il fondo e chissà per quanto ancora dovremo vivere momenti sempre più bui.
Commento al Piano Casa Approvato
Una cosa positiva nel Piano Casa approvato in Consiglio C., se sarà rispettata (c’è da chiederselo visti i tempi sempre disattesi del 380), è la nuova velocità di risposta (30 gg) che la burocrazia vittoriese si è finalmente data.
Che Adriana Costantini, di sinistra, non abbia trovato gravi appigli di discussione nel Piano Casa Vittoriese, la dice lunga su un addomesticamento politico del piano che lascia disorientati.
Ne emerge una Giunta Leghista vittoriese (con un po’ di PDL) che, impastoiata tra l’impreparazione “giovanile” urbanistica ed i consigli legali di personaggi da sempre legati alla sinistra vittoriese e non solo, si è ritrovata di fatto a votare contro una normativa di PDL e Lega Nazionali e della Lega in Regione e Provincia.
Come al solito l’usuale mentalità vittoriese della paura di fare, che da decenni come una nube pesante copre la città, ha prevalso anche sulle visioni di partiti fortemente antitetici tra loro (anche se con mentalità comuni); il babau di paventate ma non concrete gravi conseguenze sul territorio, aspramente predette da improvvisati profeti di una sinistra che abbaia contro tutto ciò che non viene in mente a lei (e la misura ne è colma), ha ancora prevalso sulla forza di rigenerazione e sul coraggio, che in questo particolare momento economico e sociale dovevano emergere, dando le misure della classe politica cittadina.
Arrivando al punto di auto castrarsi impedendo qualsiasi incremento nelle aree F, di proprietà ed utilizzo pubblico.
In tutte le altre aree, con i soliti abbondanti distinguo che da sempre appesantiscono senza tangibili risultati estetici e funzionali l’efficienza dell’Urbanistica vittoriese, sono permessi incrementi del 20% .
Personalmente non sarei andato a toccare i coefficienti espressi dalle norme nazionali o regionali; piuttosto per evitare interventi sproporzionati in aree inadeguate, avrei interposto la discrezionalità di un irrobustimento dei meccanismi dello studio preventivo con simulazioni dei parcheggi (dando una grande frenata alle monetizzazioni), del traffico indotto, delle problematiche relative all’urbanizzazione ed ai servizi sul territorio: a pareri ottenuti dei vari uffici preposti si poteva semplicemente imporre la clausola del passaggio in Consiglio Comunale, sgombrando la strada a possibili “favori” e contemporaneamente esponendo pubblicamente le responsabilità di scelte giuste o sbagliate urbanisticamente socialmente ed economicamente importanti per la Città.
Che Adriana Costantini, di sinistra, non abbia trovato gravi appigli di discussione nel Piano Casa Vittoriese, la dice lunga su un addomesticamento politico del piano che lascia disorientati.
Ne emerge una Giunta Leghista vittoriese (con un po’ di PDL) che, impastoiata tra l’impreparazione “giovanile” urbanistica ed i consigli legali di personaggi da sempre legati alla sinistra vittoriese e non solo, si è ritrovata di fatto a votare contro una normativa di PDL e Lega Nazionali e della Lega in Regione e Provincia.
Come al solito l’usuale mentalità vittoriese della paura di fare, che da decenni come una nube pesante copre la città, ha prevalso anche sulle visioni di partiti fortemente antitetici tra loro (anche se con mentalità comuni); il babau di paventate ma non concrete gravi conseguenze sul territorio, aspramente predette da improvvisati profeti di una sinistra che abbaia contro tutto ciò che non viene in mente a lei (e la misura ne è colma), ha ancora prevalso sulla forza di rigenerazione e sul coraggio, che in questo particolare momento economico e sociale dovevano emergere, dando le misure della classe politica cittadina.
Arrivando al punto di auto castrarsi impedendo qualsiasi incremento nelle aree F, di proprietà ed utilizzo pubblico.
In tutte le altre aree, con i soliti abbondanti distinguo che da sempre appesantiscono senza tangibili risultati estetici e funzionali l’efficienza dell’Urbanistica vittoriese, sono permessi incrementi del 20% .
Personalmente non sarei andato a toccare i coefficienti espressi dalle norme nazionali o regionali; piuttosto per evitare interventi sproporzionati in aree inadeguate, avrei interposto la discrezionalità di un irrobustimento dei meccanismi dello studio preventivo con simulazioni dei parcheggi (dando una grande frenata alle monetizzazioni), del traffico indotto, delle problematiche relative all’urbanizzazione ed ai servizi sul territorio: a pareri ottenuti dei vari uffici preposti si poteva semplicemente imporre la clausola del passaggio in Consiglio Comunale, sgombrando la strada a possibili “favori” e contemporaneamente esponendo pubblicamente le responsabilità di scelte giuste o sbagliate urbanisticamente socialmente ed economicamente importanti per la Città.
venerdì 16 ottobre 2009
CONVEGNO PIANO CASA GIUSEPPINE
L’esperienza, fatta come membro dei Beni Ambientali nella Commissione Edilizia di Cison di Valmarino, con personaggi del calibro dell’avv. M.D. Bottari e dell’arch. L. Bottan, per seguire tutta l’opera di restauro di Castelbrando è stata formativa; poi a Tarzo durante il commissariamento del Comune e quindi con il nuovo corso Amministrativo del Sindaco Bof, che mi ha confermato membro dei Beni Ambientali richiedendo in modo illuminato una Commissione che andasse incontro ai Cittadini, mi hanno insegnato molte cose. È mia profonda convinzione che la Commissione Edilizia non debba divenire un mezzo per favorire i potenti e vessare i colleghi né, tanto meno, un’arma contro i cittadini ma, al contrario, deve funzionare come strumento flessibile finalizzato ad aiutare tutti i cittadini, nel rispetto dell’ambiente, a realizzare le loro legittime necessità. L’operare, ad esempio, del Comune di Valdobbiadene, che non dice di no alle soffitte, come tanti Comuni, ma permette la costruzione di soffitte praticabili che fanno contenti i cittadini e portano denaro, come oneri, nelle casse del Comune, dimostra che intelligenza e disponibilità politica ed amministrativa mettono d’accordo Amministrazione Pubblica e cittadini.
Sono rimasto sconcertato da alcuni discorsi fatti al convegno sul Piano Casa Regionale dall’avv. Bruno Barel, tali da far esclamare ad alcuni partecipanti: “ma a Vittorio sono ritornati i comunisti ?”; le osservazioni, deduzioni ed i rischi di megavolumetrie incombenti da lui paventati cozzano, a mio parere, contro la realtà delle cose nei centri della provincia veneta: nelle nostre zone l’aumento del 20% della volumetria si risolverà per lo più nell’incremento di volume pari ad una stanza (quante grosse imprese stanno fallendo in questi giorni?); e tutte queste Sue paure sono la fotocopia delle affermazioni del centrosinistra, all’opposizione, rivolte al Governo Regionale.
Certo nasceranno nuovi problemi: ad esempio, nella stesura della Legge 10 ed ex 46, la nuova stanza realizzata in ampliamento potrà essere allacciata all’impianto di riscaldamento della casa che, forse, ha ancora una vecchia caldaia a gasolio: in tal caso si dovrà redigere la progettazione per la sola stanza o di tutto l’impianto (con tutte le problematiche connesse)? E tanti altri del genere che si dovrebbero risolvere con disponibilità e buon senso (merce assai rara).
Ad una Sua domanda al pubblico, retorica in quanto pareva ritenesse scontata la risposta, in cui egli ha chiesto se saremmo felici, a Vittorio Veneto, di veder realizzata una nuova volumetria con aumenti fino al 40% del volume dell’Italcementi io, da architetto, creativo con grande senso dell’etica che non si fa limitare dai pregiudizi, ritengo di poter invece rispondere: 1- se tale struttura, e relativo incremento di volumetria, fossero regalati ai soliti noti per farne appartamenti speculativi la risposta sarebbe ovviamente no (ma qui non c’entra il Piano Casa, semmai dovremmo chiederne conto a chi governa e controlla la città); 2 - se invece qualche Istituzione pubblica o privata volesse farne una nuova, vera, struttura sociale o turistica per la Città sarebbe da imbecilli non dare l’appoggio a tale iniziativa. Ogni norma può essere usata per il peggio o per il meglio (il famoso libero arbitrio…) ma i pregiudizi limitano la comprensione e la soluzione dei problemi.
Vediamo, dunque, per una volta di partire dal concetto positivo che il Piano casa sia stato pensato per muovere l’economia e funzionare come metodo di recupero di tanta edilizia speculativa, ormai obsoleta, e per spingere l’uso delle tecnologie di recupero dell’energia, senza comunque bendarci gli occhi di fronte alle superficialità ed incongruenze tipiche dei piani di urgenza e, ahimè, del legiferare contemporaneo…Prendiamolo come occasione, unitamente all’uso delle energie rinnovabili, per ridisegnare l’immagine architettonica delle nostre Città (in ciò sono d’accordo con l’avvocato), ripartendo con umiltà dallo studio classico per creare nuovi modelli, con il metodo dei piccoli passi e non della continua rivoluzione: la Porsche, nata negli anni 50, è stata oggetto nel tempo di continui miglioramenti tecnici e stilistici, non di continue rivoluzioni.
Dagli anni 70 nel nostro Paese è invece imperversato il modello (di sinistra) della rivoluzione ad ogni costo. Nella Scuola, nel Lavoro, nel Sociale, nella Giustizia la parola d’ordine è stata sempre “sperimentazione continua”, senza però poi mai fermarsi a farne un bilancio, a vedere se i metodi usati avessero conseguito i risultati prefissati per divenire poi al potere, in ogni campo, i più severi negazionisti; ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti: una scuola che per garantire ritmi su misura dei più limitati toglie interesse ai più dotati, continua a sfornare ignoranti, produce sempre più disoccupati anche se con la laurea, con il conseguente risultato di aver spinto gli italiani verso i lavori d’ufficio disertando la grande risorsa del lavoro manuale, specie edile e del mobile, che ci aveva fatto grandi nel mondo; nel lavoro la quasi perequazione degli stipendi del giovane apprendista con il capo squadra, con decennale esperienza, hanno distrutto i meccanismi di apprendimento del lavoro e di corretta gerarchia; nella società l’appagamento dell’io ha distrutto ogni possibilità di aggregazione: la famiglia prima di tutto, poi la Fede ed i comportamenti sociali ne stanno pagando le irreparabili conseguenze; nella giustizia il buonismo ha lasciato e continua a lasciare liberi di delinquere schiere di recidivi. Nell’edilizia il modello del “Contenitore”, così dagli anni 70 sono chiamati i nuovi blocchi edilizi delle città realizzati con la sola funzione di contenere il popolo, quasi questo fosse una quantità da mettere dentro in qualche cosa e non un insieme di singole persone con singole necessità e uguali diritti, ha distrutto il senso dell’urbanesimo classico nato nella nostra Patria quando gli altri popoli vivevano ancora una vita seminomade.
Un altro grave problema è la massa continuamente innovata di materiali da costruzione, i quali vengono scelti spesso per comodità costi o moda, non essendo stato possibile testarli adeguatamente nel tempo, tutti regolarmente certificati come duraturi e, soprattutto, bioecocompatibili: ricordiamoci che la casa, specie con i prezzi odierni, costa enormi sacrifici di una vita e dovrebbe essere fatta per durare almeno una vita, specie se pensiamo che gran parte della popolazione vive in case che di generazioni ne hanno vissute tante! E che l’Ambiente va salvaguardato. Attenzione dunque, poiché oggi si deve rimuovere l’Eternit, causa di tante crudeli morti!
Siamo chiamati ad una scelta su case di durata limitata o case rinnovabili nel tempo da lasciare ai figli: vista la nostra tendenza a copiare il sistema americano consumistico ed il Mercato che la fa da padrone, si fanno già case che non durano al prezzo di case durature; l’introduzione di nuove metodologie, per il risparmio energetico e della sicurezza antisismica, faranno ulteriormente fluttuare il prezzo; il tema merita quindi un grande momento di riflessione collettiva ma in particolare di chi imprende, pena la sua rapida scomparsa.
Per quanto riguarda il libretto della casa, tanto strombazzato come certificato di qualità, non dimentichiamo che i libretti delle auto e quelli delle medicine, entrambi da sempre esistenti, non dicono tutta la verità, infatti le auto consumano molto di più di quanto le Case automobilistiche dichiarano e le medicine non ottengono i risultati che promettono, quando almeno non creano gravi danni; ma certo visto che il cosiddetto consumatore informato è stato ormai predisposto (di persone che sappiano muovere le mani ce ne sono ormai ben poche, la maggioranza è stata resa non in grado di comprendere da sola le diversità e quindi si fida di quanto gli dicono i programmi,sponsorizzati, della TV) a pretendere il libretto della casa, sicuramente esso perverrà anche a creare nuova confusione, attestando magari come bravi costruttori vecchi speculatori più evoluti in campo pubblicitario, e gettando nella pattumiera piccole aziende storiche che, meno consce della attuale importanza del marcheting, hanno fatto della qualità edilizia il loro unico standard. Ma non sono forse i “geni” del hard marcheting i responsabili dei fallimenti di oltre 94 banche in dieci mesi del 2009 negli Stati uniti ? E’ d’obbligo anche qui una profonda riflessione.
Se poi ci mettiamo anche a sproloquiare di qualità estetiche dell’architettura (avvocato, lasciamolo almeno fare agli architetti…) vagheggiando un territorio di case modello alla F.L. Wright, ed incolpando i progettisti del basso livello generale, anche se qualche parte di verità in ciò c’è, non possiamo dimenticare alcuni punti fondamentali: A- il diluvio normativo, B - la “qualità” della committenza, C - il potere del mercato, D - l’efficacia dell’ente pubblico di controllo, E – la qualità dei progettisti.
A -Per diluvio normativo intendo una massa di introduzioni legislative, spesso malfatte ed in contrasto, che ogni giorno giungono attraverso internet a rendere la vita impossibile a progettisti ed uffici di controllo, con unico risultato l’aumento dei costi progettuali, l’affaticamento delle pratiche e la corsa alla deresponsabilizzazione dei funzionari pubblici; un esempio recente: recinzione in pali di legno e rete metallica di una casetta in collina, spessore cartellina 12 cm., pratica comunale, pratica beni ambientali, pratica comunità montana, pratica guardia forestale; tempo complessivo per il permesso 9 mesi, tempo per la realizzazione 4 gg. di lavoro; e non parliamo dei costi…In tale marasma il progettista si ritrova a preoccuparsi più degli aspetti burocratici formali che delle doverose istanze di bello e funzionale, cioè del bello e del buono, come lo definivano gli antichi Greci (kalos kai agathos).
B – I frutti della società industrializzata e commerciale li si vedono anche dai gusti dei nuovi ricchi: nelle case non c’è spazio per librerie sostituite dal mega schermo televisivo (per sorbire megastronzate, telenovelas e gli ordini subliminali dei poteri economici e politici); la casa e l’auto devono essere GRANDI e sfarzose (tipo Dallas) o minimaliste o retrò, poiché l’architettura d’oggi, immersa nella generale attuale decadenza di costumi e cultura, raramente sa e può vivere e condizionare il suo e nostro Tempo.
C - Tutti i bei discorsi sulla qualità poi, nel concreto, cozzano con gli interessi degli operatori economici dell’edilizia; come sperare fin tanto che le città restano prigioniere di imprenditori ignoranti, abituati ad operare in regime quasi di monopolio, a costruire su progetti “copia ed incolla” senza qualità edilizia ed architettonica ma con ricavi di ben altro livello, il cui unico interesse è un profitto ai più inimmaginabile ?
D – Il controllo pubblico si esplica troppo spesso in affaticamento delle pratiche, il cosiddetto “potere della burocrazia”, quando non si sottomette ai poteri forti, politici od economici; o peggio quando addirittura non diviene mano armata di una parte politica contro l’Amministrazione in carica; o quando risulta essenzialmente negazionista. I tempi di attesa devono drasticamente diminuire (per esempio a Vittorio Veneto le varianti urbanistiche 8 e 9, in dirittura di arrivo, sono state iniziate nel 2002, adottate nel 2004 e hanno atteso fino ad ora l’esito regionale, con il risultato che ora sono disponibili aree edificabili che, complice la crisi, non trovano al momento compratori) ed il risultato è sotto gli occhi di tutti: lungaggini a non finire, certificazioni, asseverazioni, montagne di carte, ma è assai raro riscontrare la qualità architettonica nel territorio: altro tema di riflessione importante; l’affaticamento burocratico sta infatti uccidendo il sistema Italia (in Germania per partecipare ad una gara di appalto si compila un A4 con alcune crocette…in Canada le pratiche sono velocissime e semplicissime, certo chi fa il furbo va in galera)
E – La qualità dei progettisti risente del degrado della scuola, della cultura, del mondo sociale; in una società che ha rinunciato a selezionare i migliori, l’appartenenza politica e l’amicizia con i potenti sono scelte quasi obbligate per il profitto, dato che l’obiettivo qualità viene strombazzato a destra ed a manca ma, nei fatti, l’unica cosa oggi ambita sono i soldi; a parte rare eccezioni la ricerca culturale di modelli artistici, tecnologici e funzionali lascia il posto ai soliti “acculturati” e vuoti convegni, a cui la maggior parte partecipa per essere presente ed i pochi interessati all’argomento se ne ritornano a casa regolarmente demotivati.
Pretendere poi che il D.L. denunci il suo cliente (decreto 380) per gli abusi è irrazionale, inverosimile e dimostra la rinuncia dello Stato a svolgere il suo compito e, contemporaneamente, la volontà di poter contare, comunque, su un capro espiatorio su cui riversare la dura mano della Legge e… le inevitabili sanzioni pecuniarie.
Quindi, avvocato, per favore non scagli le pietre solo contro i progettisti, altrimenti per rimbeccare potrebbero incolpare gli avvocati di qualità, tempi ed esiti dei processi, e gridare agli untori per tutti i delinquenti, piccoli e grandi, nostri ed importati, che circolano troppo liberi per tutto l’amato suolo nazionale (con questa battuta ho finito di tirare in ballo il mio caro compagno di scuola).
Ritornando dalle tematiche generali al convegno alle Giuseppine, è comunque degno di nota lo sforzo dell’Urbanistica del Comune di Vittorio Veneto di predisporre dei moduli di cosiddetta semplificazione che credo, comunque serviranno forse a semplificare l’iter agli uffici affaticando però ancor di più il solito professionista; mi preoccupa soprattutto l’asseverazione finale con cui si certifica che il progetto presentato, in regime di deroga del Piano Casa Regionale, è redatto in conformità del piano regolatore e del regolamento edilizio comunali: dal punto di vista penale, mi chiedo, cosa accadrà penalmente a quei progettisti che di fatto assevereranno operazioni assolutamente non previste, anzi in contrasto evidente con gli strumenti urbanistici comunali ma in regola con il Piano Casa? Qui sarebbe veramente gradito un parere legale.
Il Sindaco Da Re ha commentato dicendo che nella materia c’è tanta confusione ma, con grande semplicità, ha chiesto sinceramente il contributo dei partecipanti al convegno per trovare una linea di azione condivisa.
Spero che questo piano casa, pur nelle sue restrizioni congenite verso i centri storici, sia un’occasione, uno scalino nell’obiettivo di recupero dei centri storici e di sistemazione delle zone A, non un ulteriore problema; se si vuole davvero mettere in moto il recupero vitale dei centri storici bisogna riportarci gente, mestieri e commercio,vita non solo musei; e per poter conseguire questo obiettivo i legacci normativi e burocratici devono con coraggio e lungimiranza essere attenuati, non aumentare come invece sta succedendo; altrimenti trasformeremo i centri storici in vuoti monumenti cadenti continuamente bisognosi di cure con costi tra un po’, temo, insostenibili per la collettività.
Ritengo che, anche se i tempi sono strettissimi, dovrebbe essere nominata dal Sindaco una commissione ristretta supportata anche da rappresentanti dei liberi professionisti Cittadini.
Ringraziando per l’attenzione, la pazienza e, nella speranza di aver dato qualche modesto contributo, porgo i miei migliori saluti.
Arch. Dott. Flavio FRANCO
Sono rimasto sconcertato da alcuni discorsi fatti al convegno sul Piano Casa Regionale dall’avv. Bruno Barel, tali da far esclamare ad alcuni partecipanti: “ma a Vittorio sono ritornati i comunisti ?”; le osservazioni, deduzioni ed i rischi di megavolumetrie incombenti da lui paventati cozzano, a mio parere, contro la realtà delle cose nei centri della provincia veneta: nelle nostre zone l’aumento del 20% della volumetria si risolverà per lo più nell’incremento di volume pari ad una stanza (quante grosse imprese stanno fallendo in questi giorni?); e tutte queste Sue paure sono la fotocopia delle affermazioni del centrosinistra, all’opposizione, rivolte al Governo Regionale.
Certo nasceranno nuovi problemi: ad esempio, nella stesura della Legge 10 ed ex 46, la nuova stanza realizzata in ampliamento potrà essere allacciata all’impianto di riscaldamento della casa che, forse, ha ancora una vecchia caldaia a gasolio: in tal caso si dovrà redigere la progettazione per la sola stanza o di tutto l’impianto (con tutte le problematiche connesse)? E tanti altri del genere che si dovrebbero risolvere con disponibilità e buon senso (merce assai rara).
Ad una Sua domanda al pubblico, retorica in quanto pareva ritenesse scontata la risposta, in cui egli ha chiesto se saremmo felici, a Vittorio Veneto, di veder realizzata una nuova volumetria con aumenti fino al 40% del volume dell’Italcementi io, da architetto, creativo con grande senso dell’etica che non si fa limitare dai pregiudizi, ritengo di poter invece rispondere: 1- se tale struttura, e relativo incremento di volumetria, fossero regalati ai soliti noti per farne appartamenti speculativi la risposta sarebbe ovviamente no (ma qui non c’entra il Piano Casa, semmai dovremmo chiederne conto a chi governa e controlla la città); 2 - se invece qualche Istituzione pubblica o privata volesse farne una nuova, vera, struttura sociale o turistica per la Città sarebbe da imbecilli non dare l’appoggio a tale iniziativa. Ogni norma può essere usata per il peggio o per il meglio (il famoso libero arbitrio…) ma i pregiudizi limitano la comprensione e la soluzione dei problemi.
Vediamo, dunque, per una volta di partire dal concetto positivo che il Piano casa sia stato pensato per muovere l’economia e funzionare come metodo di recupero di tanta edilizia speculativa, ormai obsoleta, e per spingere l’uso delle tecnologie di recupero dell’energia, senza comunque bendarci gli occhi di fronte alle superficialità ed incongruenze tipiche dei piani di urgenza e, ahimè, del legiferare contemporaneo…Prendiamolo come occasione, unitamente all’uso delle energie rinnovabili, per ridisegnare l’immagine architettonica delle nostre Città (in ciò sono d’accordo con l’avvocato), ripartendo con umiltà dallo studio classico per creare nuovi modelli, con il metodo dei piccoli passi e non della continua rivoluzione: la Porsche, nata negli anni 50, è stata oggetto nel tempo di continui miglioramenti tecnici e stilistici, non di continue rivoluzioni.
Dagli anni 70 nel nostro Paese è invece imperversato il modello (di sinistra) della rivoluzione ad ogni costo. Nella Scuola, nel Lavoro, nel Sociale, nella Giustizia la parola d’ordine è stata sempre “sperimentazione continua”, senza però poi mai fermarsi a farne un bilancio, a vedere se i metodi usati avessero conseguito i risultati prefissati per divenire poi al potere, in ogni campo, i più severi negazionisti; ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti: una scuola che per garantire ritmi su misura dei più limitati toglie interesse ai più dotati, continua a sfornare ignoranti, produce sempre più disoccupati anche se con la laurea, con il conseguente risultato di aver spinto gli italiani verso i lavori d’ufficio disertando la grande risorsa del lavoro manuale, specie edile e del mobile, che ci aveva fatto grandi nel mondo; nel lavoro la quasi perequazione degli stipendi del giovane apprendista con il capo squadra, con decennale esperienza, hanno distrutto i meccanismi di apprendimento del lavoro e di corretta gerarchia; nella società l’appagamento dell’io ha distrutto ogni possibilità di aggregazione: la famiglia prima di tutto, poi la Fede ed i comportamenti sociali ne stanno pagando le irreparabili conseguenze; nella giustizia il buonismo ha lasciato e continua a lasciare liberi di delinquere schiere di recidivi. Nell’edilizia il modello del “Contenitore”, così dagli anni 70 sono chiamati i nuovi blocchi edilizi delle città realizzati con la sola funzione di contenere il popolo, quasi questo fosse una quantità da mettere dentro in qualche cosa e non un insieme di singole persone con singole necessità e uguali diritti, ha distrutto il senso dell’urbanesimo classico nato nella nostra Patria quando gli altri popoli vivevano ancora una vita seminomade.
Un altro grave problema è la massa continuamente innovata di materiali da costruzione, i quali vengono scelti spesso per comodità costi o moda, non essendo stato possibile testarli adeguatamente nel tempo, tutti regolarmente certificati come duraturi e, soprattutto, bioecocompatibili: ricordiamoci che la casa, specie con i prezzi odierni, costa enormi sacrifici di una vita e dovrebbe essere fatta per durare almeno una vita, specie se pensiamo che gran parte della popolazione vive in case che di generazioni ne hanno vissute tante! E che l’Ambiente va salvaguardato. Attenzione dunque, poiché oggi si deve rimuovere l’Eternit, causa di tante crudeli morti!
Siamo chiamati ad una scelta su case di durata limitata o case rinnovabili nel tempo da lasciare ai figli: vista la nostra tendenza a copiare il sistema americano consumistico ed il Mercato che la fa da padrone, si fanno già case che non durano al prezzo di case durature; l’introduzione di nuove metodologie, per il risparmio energetico e della sicurezza antisismica, faranno ulteriormente fluttuare il prezzo; il tema merita quindi un grande momento di riflessione collettiva ma in particolare di chi imprende, pena la sua rapida scomparsa.
Per quanto riguarda il libretto della casa, tanto strombazzato come certificato di qualità, non dimentichiamo che i libretti delle auto e quelli delle medicine, entrambi da sempre esistenti, non dicono tutta la verità, infatti le auto consumano molto di più di quanto le Case automobilistiche dichiarano e le medicine non ottengono i risultati che promettono, quando almeno non creano gravi danni; ma certo visto che il cosiddetto consumatore informato è stato ormai predisposto (di persone che sappiano muovere le mani ce ne sono ormai ben poche, la maggioranza è stata resa non in grado di comprendere da sola le diversità e quindi si fida di quanto gli dicono i programmi,sponsorizzati, della TV) a pretendere il libretto della casa, sicuramente esso perverrà anche a creare nuova confusione, attestando magari come bravi costruttori vecchi speculatori più evoluti in campo pubblicitario, e gettando nella pattumiera piccole aziende storiche che, meno consce della attuale importanza del marcheting, hanno fatto della qualità edilizia il loro unico standard. Ma non sono forse i “geni” del hard marcheting i responsabili dei fallimenti di oltre 94 banche in dieci mesi del 2009 negli Stati uniti ? E’ d’obbligo anche qui una profonda riflessione.
Se poi ci mettiamo anche a sproloquiare di qualità estetiche dell’architettura (avvocato, lasciamolo almeno fare agli architetti…) vagheggiando un territorio di case modello alla F.L. Wright, ed incolpando i progettisti del basso livello generale, anche se qualche parte di verità in ciò c’è, non possiamo dimenticare alcuni punti fondamentali: A- il diluvio normativo, B - la “qualità” della committenza, C - il potere del mercato, D - l’efficacia dell’ente pubblico di controllo, E – la qualità dei progettisti.
A -Per diluvio normativo intendo una massa di introduzioni legislative, spesso malfatte ed in contrasto, che ogni giorno giungono attraverso internet a rendere la vita impossibile a progettisti ed uffici di controllo, con unico risultato l’aumento dei costi progettuali, l’affaticamento delle pratiche e la corsa alla deresponsabilizzazione dei funzionari pubblici; un esempio recente: recinzione in pali di legno e rete metallica di una casetta in collina, spessore cartellina 12 cm., pratica comunale, pratica beni ambientali, pratica comunità montana, pratica guardia forestale; tempo complessivo per il permesso 9 mesi, tempo per la realizzazione 4 gg. di lavoro; e non parliamo dei costi…In tale marasma il progettista si ritrova a preoccuparsi più degli aspetti burocratici formali che delle doverose istanze di bello e funzionale, cioè del bello e del buono, come lo definivano gli antichi Greci (kalos kai agathos).
B – I frutti della società industrializzata e commerciale li si vedono anche dai gusti dei nuovi ricchi: nelle case non c’è spazio per librerie sostituite dal mega schermo televisivo (per sorbire megastronzate, telenovelas e gli ordini subliminali dei poteri economici e politici); la casa e l’auto devono essere GRANDI e sfarzose (tipo Dallas) o minimaliste o retrò, poiché l’architettura d’oggi, immersa nella generale attuale decadenza di costumi e cultura, raramente sa e può vivere e condizionare il suo e nostro Tempo.
C - Tutti i bei discorsi sulla qualità poi, nel concreto, cozzano con gli interessi degli operatori economici dell’edilizia; come sperare fin tanto che le città restano prigioniere di imprenditori ignoranti, abituati ad operare in regime quasi di monopolio, a costruire su progetti “copia ed incolla” senza qualità edilizia ed architettonica ma con ricavi di ben altro livello, il cui unico interesse è un profitto ai più inimmaginabile ?
D – Il controllo pubblico si esplica troppo spesso in affaticamento delle pratiche, il cosiddetto “potere della burocrazia”, quando non si sottomette ai poteri forti, politici od economici; o peggio quando addirittura non diviene mano armata di una parte politica contro l’Amministrazione in carica; o quando risulta essenzialmente negazionista. I tempi di attesa devono drasticamente diminuire (per esempio a Vittorio Veneto le varianti urbanistiche 8 e 9, in dirittura di arrivo, sono state iniziate nel 2002, adottate nel 2004 e hanno atteso fino ad ora l’esito regionale, con il risultato che ora sono disponibili aree edificabili che, complice la crisi, non trovano al momento compratori) ed il risultato è sotto gli occhi di tutti: lungaggini a non finire, certificazioni, asseverazioni, montagne di carte, ma è assai raro riscontrare la qualità architettonica nel territorio: altro tema di riflessione importante; l’affaticamento burocratico sta infatti uccidendo il sistema Italia (in Germania per partecipare ad una gara di appalto si compila un A4 con alcune crocette…in Canada le pratiche sono velocissime e semplicissime, certo chi fa il furbo va in galera)
E – La qualità dei progettisti risente del degrado della scuola, della cultura, del mondo sociale; in una società che ha rinunciato a selezionare i migliori, l’appartenenza politica e l’amicizia con i potenti sono scelte quasi obbligate per il profitto, dato che l’obiettivo qualità viene strombazzato a destra ed a manca ma, nei fatti, l’unica cosa oggi ambita sono i soldi; a parte rare eccezioni la ricerca culturale di modelli artistici, tecnologici e funzionali lascia il posto ai soliti “acculturati” e vuoti convegni, a cui la maggior parte partecipa per essere presente ed i pochi interessati all’argomento se ne ritornano a casa regolarmente demotivati.
Pretendere poi che il D.L. denunci il suo cliente (decreto 380) per gli abusi è irrazionale, inverosimile e dimostra la rinuncia dello Stato a svolgere il suo compito e, contemporaneamente, la volontà di poter contare, comunque, su un capro espiatorio su cui riversare la dura mano della Legge e… le inevitabili sanzioni pecuniarie.
Quindi, avvocato, per favore non scagli le pietre solo contro i progettisti, altrimenti per rimbeccare potrebbero incolpare gli avvocati di qualità, tempi ed esiti dei processi, e gridare agli untori per tutti i delinquenti, piccoli e grandi, nostri ed importati, che circolano troppo liberi per tutto l’amato suolo nazionale (con questa battuta ho finito di tirare in ballo il mio caro compagno di scuola).
Ritornando dalle tematiche generali al convegno alle Giuseppine, è comunque degno di nota lo sforzo dell’Urbanistica del Comune di Vittorio Veneto di predisporre dei moduli di cosiddetta semplificazione che credo, comunque serviranno forse a semplificare l’iter agli uffici affaticando però ancor di più il solito professionista; mi preoccupa soprattutto l’asseverazione finale con cui si certifica che il progetto presentato, in regime di deroga del Piano Casa Regionale, è redatto in conformità del piano regolatore e del regolamento edilizio comunali: dal punto di vista penale, mi chiedo, cosa accadrà penalmente a quei progettisti che di fatto assevereranno operazioni assolutamente non previste, anzi in contrasto evidente con gli strumenti urbanistici comunali ma in regola con il Piano Casa? Qui sarebbe veramente gradito un parere legale.
Il Sindaco Da Re ha commentato dicendo che nella materia c’è tanta confusione ma, con grande semplicità, ha chiesto sinceramente il contributo dei partecipanti al convegno per trovare una linea di azione condivisa.
Spero che questo piano casa, pur nelle sue restrizioni congenite verso i centri storici, sia un’occasione, uno scalino nell’obiettivo di recupero dei centri storici e di sistemazione delle zone A, non un ulteriore problema; se si vuole davvero mettere in moto il recupero vitale dei centri storici bisogna riportarci gente, mestieri e commercio,vita non solo musei; e per poter conseguire questo obiettivo i legacci normativi e burocratici devono con coraggio e lungimiranza essere attenuati, non aumentare come invece sta succedendo; altrimenti trasformeremo i centri storici in vuoti monumenti cadenti continuamente bisognosi di cure con costi tra un po’, temo, insostenibili per la collettività.
Ritengo che, anche se i tempi sono strettissimi, dovrebbe essere nominata dal Sindaco una commissione ristretta supportata anche da rappresentanti dei liberi professionisti Cittadini.
Ringraziando per l’attenzione, la pazienza e, nella speranza di aver dato qualche modesto contributo, porgo i miei migliori saluti.
Arch. Dott. Flavio FRANCO
venerdì 25 settembre 2009
ATM e Società Unica
ATM oggi ha 57 dipendenti di cui 3 impiegati, 10 ausiliari per officine ecc, e 44 autisti.
Percorre con i suoi mezzi ca. 1.500.000 Km. Annui, di cui 870.000 Km. ca. con autobus urbani a Vittorio Veneto e Conegliano; di cui 320.000 Km. ca. con mezzi extraurbani servendo Sacile, Montaner, ecc; di cui 290.000 Km. ca. con mezzi idonei e lussuosi e due autisti a bordo.
ATM è una SpA di proprietà del Comune di Vittorio Veneto per la quota maggioritaria del 89,99 %; ATVO (servizi urbani ed extraurbani per San Donà, Jesolo ecc.) ne detiene il 10 %; la Provincia di Treviso solo lo 0,01 %.
Fino a pochi anni fa ATM era seriamente indebitata; da qualche anno invece è in attivo di bilancio con + 80.000 € ca.
Possiede un patrimonio edilizio recentemente periziato per un valore di qualche milione di €: potrebbe restare patrimonio della Città di Vittorio Veneto; o essere inglobato nella nuova Società Unica al valore periziato; potrebbe pure essere immesso nel mercato edilizio ma al valore corretto onde sgombrare il campo da possibili speculazioni edilizie; le ipotesi possono essere anche altre e ciò conferma la delicatezza delle scelte.
L’immagine dell’azienda, in attivo reale, è dunque più che soddisfacente.
Costruire un’azienda unica di trasporto pubblico per la provincia di Treviso, ispirata certo non al recupero di aziende in crisi, ma alla rivalutazione complessiva del trasporto pubblico provinciale per migliorare effettivamente il servizio all’utente finale comune per comune, ottimizzare i costi di gestione e costituire un nuovo soggetto più forte in grado di competere nei prossimi decenni nel panorama contermine con altre grosse realtà, è un obiettivo ambizioso, corretto e al passo con i tempi.
Certo ciò deve avvenire, per non destare scrupoli dubbi ed opposizioni, solo attraverso un passaggio in cui tutti i dati siano stati vagliati, approfonditi e resi trasparenti ma, soprattutto, definendo con competenza ed imparzialità la consistenza reale ed i ruoli delle singole aziende destinate ad essere inglobate dal nuovo Soggetto Unico.
Si è prospettata la Fusione, altri passaggi, e, per ultima, la creazione di una Società Unica in cui far confluire le attuali aziende; ma la definizione delle consistenze proposte non rappresenta, a mio parere, la realtà di ATM con evidente ed ingiustificato sbilanciamento a favore di altre aziende, la cui conseguenza ridurrebbe comunque il ruolo gestionale ed il potere decisionale di ATM, relegando l'unica azienda realmente sana all'ultimo posto in graduatoria, con prevedibili possibili effetti anche sul nuovo servizio di trasporto pubblico locale a Vittorio Veneto e verso e da Vittorio Veneto .
Buona cosa sarebbe preparare un planning realistico (che tenga conto del parco macchine attuale, delle loro specifiche destinazioni di uso e delle specifiche mansioni del “materiale umano”) delle linee e fermate in tutta la provincia servite dal nuovo Soggetto Unico di trasporto pubblico, onde poterne concretamente verificare la reale efficacia sul territorio ai fini dell’effettivo miglioramento del servizio nell’ambito complessivo dei comuni serviti e di quelli in previsione di modifiche e/o integrazioni del servizio, in cui siano chiaramente evidenziati eventuali tratti e/o corse soppresse, tempi di attesa, inizio e fine servizio giornalieri e festivi, costi previsti di biglietti ed abbonamenti.
Se si vuole, con gli attuali strumenti telematici e sulla base di un consolidato back ground documentale in possesso di ogni azienda coinvolta, la cosa è più semplice di quanto può parere; certamente una tale studio oggettivo sgombrerebbe il cammino dell’iniziativa da dubbi e passioni, e smaschererebbe eventuali opposizioni e strumentalizzazioni politiche.
Sarebbe poi utile sapere se il 2% ca. , che corrisponderebbe alla stima della consistenza e valore di ATM al momento attuale, espressa da società appositamente incaricata, renderebbe annualmente nelle casse di ATM, e quindi dei Vittoriesi che da sempre hanno aiutato e sostenuto questa loro azienda, quegli 80.000 € annui che oggi risultano in attivo di bilancio o, meglio, ( dato che la proprietà del Comune di Vittorio Veneto e quindi dei cittadini Vittoriesi è solo del 89.99 %, ) i 72.000 € annui: ulteriore ma non trascurabile parametro da tenere in considerazione.
Da considerare anche il fatto che sarebbe da invertire la ormai endemica tendenza ad “esportare” importanti servizi dalla Città di Vittorio Veneto in altri centri per cercare di ridare ruolo centripeto alla nostra Città.
Spero di aver dato un contributo di chiarezza per la decisione finale che, ricordo, spetta solo alle assemblee dei Soci delle aziende interessate, non certo ai rispettivi CdA che possono solo esprimere dei pareri in merito.
Percorre con i suoi mezzi ca. 1.500.000 Km. Annui, di cui 870.000 Km. ca. con autobus urbani a Vittorio Veneto e Conegliano; di cui 320.000 Km. ca. con mezzi extraurbani servendo Sacile, Montaner, ecc; di cui 290.000 Km. ca. con mezzi idonei e lussuosi e due autisti a bordo.
ATM è una SpA di proprietà del Comune di Vittorio Veneto per la quota maggioritaria del 89,99 %; ATVO (servizi urbani ed extraurbani per San Donà, Jesolo ecc.) ne detiene il 10 %; la Provincia di Treviso solo lo 0,01 %.
Fino a pochi anni fa ATM era seriamente indebitata; da qualche anno invece è in attivo di bilancio con + 80.000 € ca.
Possiede un patrimonio edilizio recentemente periziato per un valore di qualche milione di €: potrebbe restare patrimonio della Città di Vittorio Veneto; o essere inglobato nella nuova Società Unica al valore periziato; potrebbe pure essere immesso nel mercato edilizio ma al valore corretto onde sgombrare il campo da possibili speculazioni edilizie; le ipotesi possono essere anche altre e ciò conferma la delicatezza delle scelte.
L’immagine dell’azienda, in attivo reale, è dunque più che soddisfacente.
Costruire un’azienda unica di trasporto pubblico per la provincia di Treviso, ispirata certo non al recupero di aziende in crisi, ma alla rivalutazione complessiva del trasporto pubblico provinciale per migliorare effettivamente il servizio all’utente finale comune per comune, ottimizzare i costi di gestione e costituire un nuovo soggetto più forte in grado di competere nei prossimi decenni nel panorama contermine con altre grosse realtà, è un obiettivo ambizioso, corretto e al passo con i tempi.
Certo ciò deve avvenire, per non destare scrupoli dubbi ed opposizioni, solo attraverso un passaggio in cui tutti i dati siano stati vagliati, approfonditi e resi trasparenti ma, soprattutto, definendo con competenza ed imparzialità la consistenza reale ed i ruoli delle singole aziende destinate ad essere inglobate dal nuovo Soggetto Unico.
Si è prospettata la Fusione, altri passaggi, e, per ultima, la creazione di una Società Unica in cui far confluire le attuali aziende; ma la definizione delle consistenze proposte non rappresenta, a mio parere, la realtà di ATM con evidente ed ingiustificato sbilanciamento a favore di altre aziende, la cui conseguenza ridurrebbe comunque il ruolo gestionale ed il potere decisionale di ATM, relegando l'unica azienda realmente sana all'ultimo posto in graduatoria, con prevedibili possibili effetti anche sul nuovo servizio di trasporto pubblico locale a Vittorio Veneto e verso e da Vittorio Veneto .
Buona cosa sarebbe preparare un planning realistico (che tenga conto del parco macchine attuale, delle loro specifiche destinazioni di uso e delle specifiche mansioni del “materiale umano”) delle linee e fermate in tutta la provincia servite dal nuovo Soggetto Unico di trasporto pubblico, onde poterne concretamente verificare la reale efficacia sul territorio ai fini dell’effettivo miglioramento del servizio nell’ambito complessivo dei comuni serviti e di quelli in previsione di modifiche e/o integrazioni del servizio, in cui siano chiaramente evidenziati eventuali tratti e/o corse soppresse, tempi di attesa, inizio e fine servizio giornalieri e festivi, costi previsti di biglietti ed abbonamenti.
Se si vuole, con gli attuali strumenti telematici e sulla base di un consolidato back ground documentale in possesso di ogni azienda coinvolta, la cosa è più semplice di quanto può parere; certamente una tale studio oggettivo sgombrerebbe il cammino dell’iniziativa da dubbi e passioni, e smaschererebbe eventuali opposizioni e strumentalizzazioni politiche.
Sarebbe poi utile sapere se il 2% ca. , che corrisponderebbe alla stima della consistenza e valore di ATM al momento attuale, espressa da società appositamente incaricata, renderebbe annualmente nelle casse di ATM, e quindi dei Vittoriesi che da sempre hanno aiutato e sostenuto questa loro azienda, quegli 80.000 € annui che oggi risultano in attivo di bilancio o, meglio, ( dato che la proprietà del Comune di Vittorio Veneto e quindi dei cittadini Vittoriesi è solo del 89.99 %, ) i 72.000 € annui: ulteriore ma non trascurabile parametro da tenere in considerazione.
Da considerare anche il fatto che sarebbe da invertire la ormai endemica tendenza ad “esportare” importanti servizi dalla Città di Vittorio Veneto in altri centri per cercare di ridare ruolo centripeto alla nostra Città.
Spero di aver dato un contributo di chiarezza per la decisione finale che, ricordo, spetta solo alle assemblee dei Soci delle aziende interessate, non certo ai rispettivi CdA che possono solo esprimere dei pareri in merito.
2009 9 25 La campana del "buonismo"
La campana del buonismo e del garantismo non deve più suonare.
E’ suonata l’ora dell’abolizione di certe cosiddette libertà e garanzie.
Non è più possibile accettare questo nuovo medioevo di invasioni barbariche e vessazioni alle persone perbene, capaci, oneste.
I poteri forti del capitalismo e della sindacalizzazione hanno tolto ogni meritocrazia ed annullato ogni valore premiando burocrati mediocri yesman e opportunisti, garantendo malandrini corrotti e corruttori, promuovendo omosessualità e perversioni, anteponendo socialmente ed economicamente gli stranieri al nostro Popolo, erogando denaro alla mafia all’informazione all’associazionismo camuffato da no profit, mentre percuotono in ogni modo gli onesti, i deboli, gli intelligenti, i migliori, gli italiani, i ricercatori scientifici, i veri uomini di cultura, i poveri: forti con i deboli, deboli con i forti, hanno annichilito la gente con l’avere, divisi ma uniti da denaro e potere.
Una parte degli stranieri vive da noi delinquendo, una parte vuole vivere da noi dettando con arroganza le sue regole; dicono a parole di volersi integrare ma nei fatti pretendono ed ottengono scuole coraniche, di vestirsi con il burka, di continuare le loro pratiche di infibulazione delle donne e di uccisione di mogli e figlie, di macellazioni per dissanguamento, di pregare durante gli orari di lavoro, di possedere più mogli…senza che nessuno li fermi (ma le femministe e gli animalisti dove sono?), di togliere i nostri simboli religiosi e di abolire persino nelle scuole presepi e feste cristiane, di fatto ci stanno occupando e sostituendo, con il supporto dei soliti traditori che hanno bevuto latte di yak alla mensa di Stalin o frequentate “certe” sacrestie.
Chiamano qui per qualche mese i loro vecchi i loro malati le loro varie mogli a spese nostre e li fanno curare, gli fanno ottenere pensioni od altri ristori, per poi rimandarli a casa insieme ai risparmi accumulati qui …
Ma ci sono anche altri stranieri silenziosi che passano inosservati, ma non per questo meno pericolosi: continuano infatti a comperare tutte le nostre attività in gravi difficoltà e,…nonostante per lo più il peggioramento oggettivo delle situazioni, “chissà con quali bravure” riescono a tenerle aperte ed addirittura a mantenerci lussuosamente intere famiglie numerose; dove prima i soliti “incapaci” di italiani si trovavano costretti a chiudere per non mangiarsi i risparmi di una vita !
Comprano titoli di studio, patenti, certificati di soggiorno e quanto altro mentre l’unico lavoro che “apparentemente” fanno è stare di giorno al bar con 2/3 telefonini, in capannelli che somigliano troppo ad associazioni a delinquere che solo la giustizia non riesce a cogliere; ma poi di notte spariscono in continuazione attrezzature dai cantieri, vi sono continui furti nelle case nelle scuole nelle chiese nei negozi, proliferano prostitute sulle strade, sguazzano ricettatori e venditori senza scrupoli, si trovano siringhe e pasticche persino nelle scuole elementari.
Fin da giovanissimi si riuniscono in bande minorili dedite a scorribande, malversazioni, spaccio, intimidazioni e spedizioni punitive, stupri e percosse, anche in un piccolo centro come quello di Vittorio Veneto.
I nodi vengono al pettine: un clandestino per anni ha frequentato i bar senza che nessuno si sognasse di “importunarlo” per chiedergli i documenti; in questi ultimi giorni prima una banda ha intimidito due giovani “morosi”, e chissà cosa sarebbe successo se non fossero arrivate delle persone in loro soccorso; poi in una strada cittadina è stata stuprata una ragazza sorda e, di fronte al fatto che l’amica 14enne non ha tentato nulla per aiutarla, la giustizia chiede come mai questa giovinetta abbia avuto paura di un marocchino, di cui avrebbe paura anche una qualsiasi donna finita; un marocchino, privo di permesso di soggiorno e che lavora solo saltuariamente.
Chiedetevi cosa accadrebbe se un padre italiano decidesse di sgozzare lo straniero reo di turno, come ha fatto l’arabo con sua figlia, ma la risposta ve la da già l’accusa di eccesso di difesa del gioielliere violentemente percosso e rapinato…
Svegliati popolo, raccatta quei rimasugli di onore dignità e coraggio, se ancora ne hai, ed abbatti democraticamente quanti ti sfruttano, ti prendono in giro e favorendo tutto ciò ti stanno portando alla rovina sociale spirituale ed economica: se lo vuoi puoi.
Svegliati straniero sincero e per bene e, per dimostrare la tua integrazione, denuncia chi lorda la tua sostanza di uomo, chi mina la tua tranquilla convivenza con un popolo da sempre generoso, se presto non vorrai trovarti a pagare per colpe degli altri; integra i tuoi figli insegnando loro amore e rispetto per questa loro nuova patria, per i nostri usi le nostre leggi e le nostre tradizioni.
Agli altri è invece giunta l’ora di far fermamente capire che ci sono regole e che vanno rispettate o se ne tornino a casa loro !
Quanti la pensano come me, non vogliono collaborare con i responsabili di questo nuovo medioevo, non vogliono che i loro figli vivano in un’infernale casbah, si uniscano al mio blog: acropolis-libera.Blogspot.com
La vostra voce, la mia voce, la Nostra Voce Libera
E che la Madonna ci aiuti in questo risveglio di dignità e fermezza dei valori, senza aneliti di violenza ne vendetta.
E’ suonata l’ora dell’abolizione di certe cosiddette libertà e garanzie.
Non è più possibile accettare questo nuovo medioevo di invasioni barbariche e vessazioni alle persone perbene, capaci, oneste.
I poteri forti del capitalismo e della sindacalizzazione hanno tolto ogni meritocrazia ed annullato ogni valore premiando burocrati mediocri yesman e opportunisti, garantendo malandrini corrotti e corruttori, promuovendo omosessualità e perversioni, anteponendo socialmente ed economicamente gli stranieri al nostro Popolo, erogando denaro alla mafia all’informazione all’associazionismo camuffato da no profit, mentre percuotono in ogni modo gli onesti, i deboli, gli intelligenti, i migliori, gli italiani, i ricercatori scientifici, i veri uomini di cultura, i poveri: forti con i deboli, deboli con i forti, hanno annichilito la gente con l’avere, divisi ma uniti da denaro e potere.
Una parte degli stranieri vive da noi delinquendo, una parte vuole vivere da noi dettando con arroganza le sue regole; dicono a parole di volersi integrare ma nei fatti pretendono ed ottengono scuole coraniche, di vestirsi con il burka, di continuare le loro pratiche di infibulazione delle donne e di uccisione di mogli e figlie, di macellazioni per dissanguamento, di pregare durante gli orari di lavoro, di possedere più mogli…senza che nessuno li fermi (ma le femministe e gli animalisti dove sono?), di togliere i nostri simboli religiosi e di abolire persino nelle scuole presepi e feste cristiane, di fatto ci stanno occupando e sostituendo, con il supporto dei soliti traditori che hanno bevuto latte di yak alla mensa di Stalin o frequentate “certe” sacrestie.
Chiamano qui per qualche mese i loro vecchi i loro malati le loro varie mogli a spese nostre e li fanno curare, gli fanno ottenere pensioni od altri ristori, per poi rimandarli a casa insieme ai risparmi accumulati qui …
Ma ci sono anche altri stranieri silenziosi che passano inosservati, ma non per questo meno pericolosi: continuano infatti a comperare tutte le nostre attività in gravi difficoltà e,…nonostante per lo più il peggioramento oggettivo delle situazioni, “chissà con quali bravure” riescono a tenerle aperte ed addirittura a mantenerci lussuosamente intere famiglie numerose; dove prima i soliti “incapaci” di italiani si trovavano costretti a chiudere per non mangiarsi i risparmi di una vita !
Comprano titoli di studio, patenti, certificati di soggiorno e quanto altro mentre l’unico lavoro che “apparentemente” fanno è stare di giorno al bar con 2/3 telefonini, in capannelli che somigliano troppo ad associazioni a delinquere che solo la giustizia non riesce a cogliere; ma poi di notte spariscono in continuazione attrezzature dai cantieri, vi sono continui furti nelle case nelle scuole nelle chiese nei negozi, proliferano prostitute sulle strade, sguazzano ricettatori e venditori senza scrupoli, si trovano siringhe e pasticche persino nelle scuole elementari.
Fin da giovanissimi si riuniscono in bande minorili dedite a scorribande, malversazioni, spaccio, intimidazioni e spedizioni punitive, stupri e percosse, anche in un piccolo centro come quello di Vittorio Veneto.
I nodi vengono al pettine: un clandestino per anni ha frequentato i bar senza che nessuno si sognasse di “importunarlo” per chiedergli i documenti; in questi ultimi giorni prima una banda ha intimidito due giovani “morosi”, e chissà cosa sarebbe successo se non fossero arrivate delle persone in loro soccorso; poi in una strada cittadina è stata stuprata una ragazza sorda e, di fronte al fatto che l’amica 14enne non ha tentato nulla per aiutarla, la giustizia chiede come mai questa giovinetta abbia avuto paura di un marocchino, di cui avrebbe paura anche una qualsiasi donna finita; un marocchino, privo di permesso di soggiorno e che lavora solo saltuariamente.
Chiedetevi cosa accadrebbe se un padre italiano decidesse di sgozzare lo straniero reo di turno, come ha fatto l’arabo con sua figlia, ma la risposta ve la da già l’accusa di eccesso di difesa del gioielliere violentemente percosso e rapinato…
Svegliati popolo, raccatta quei rimasugli di onore dignità e coraggio, se ancora ne hai, ed abbatti democraticamente quanti ti sfruttano, ti prendono in giro e favorendo tutto ciò ti stanno portando alla rovina sociale spirituale ed economica: se lo vuoi puoi.
Svegliati straniero sincero e per bene e, per dimostrare la tua integrazione, denuncia chi lorda la tua sostanza di uomo, chi mina la tua tranquilla convivenza con un popolo da sempre generoso, se presto non vorrai trovarti a pagare per colpe degli altri; integra i tuoi figli insegnando loro amore e rispetto per questa loro nuova patria, per i nostri usi le nostre leggi e le nostre tradizioni.
Agli altri è invece giunta l’ora di far fermamente capire che ci sono regole e che vanno rispettate o se ne tornino a casa loro !
Quanti la pensano come me, non vogliono collaborare con i responsabili di questo nuovo medioevo, non vogliono che i loro figli vivano in un’infernale casbah, si uniscano al mio blog: acropolis-libera.Blogspot.com
La vostra voce, la mia voce, la Nostra Voce Libera
E che la Madonna ci aiuti in questo risveglio di dignità e fermezza dei valori, senza aneliti di violenza ne vendetta.
2009 9 24 leggo e diffondo (kiriosomega)
Il comandante supremo delle Forze USA nello scacchiere europeo, Generale EISENHOWER, nel suo "Diario di Guerra"scriveva: "La resa dell’Italia fu uno SPORCO AFFARE. Tutte le nazioni elencano nella loro storia guerre vinte e guerre perse, ma L’ITALIA E’ LA SOLA AD AVER PERDUTO QUESTA GUERRA CON DISONORE, SALVATO SOLO IN PARTE DAL SACRIFICIO DEI COMBATTENTI DELLA R.S.I.".
Il Generale ALEXANDER, scrisse in: "Le armate alleate in Italia" -" …il fatto è che il Governo italiano decise di capitolare non perché si vide incapace di offrire ulteriore resistenza, ma PERCHÉ ERA VENUTO, COME IN PASSATO, IL MOMENTO DI SALTARE DALLA PARTE DEL VINCITORE…".
Da "Le memorie del MARESCIALLO MONTGOMERY", comandante dell’8° armata britannica: "…il VOLTAFACCIA ITALIANO dell’otto Settembre FU IL PIÙ GRANDE TRADIMENTO DELLA STORIA…".
Ed ancora dal "Taccuino segreto di W. CHURCHILL", primo ministro inglese: "…SOLO DOPO LA DEFEZIONE ITALIANA NOI ABBIAMO POTUTO RAGGIUNGERE LA VITTORIA…".
Ma anche in la "Storia della diplomazia di POTEMKIN", ambasciatore sovietico a Roma, si legge: " …L’Italia fu fedele al suo carattere di SCIACALLO INTERNAZIONALE, sempre in cerca di COMPENSO PER I SUOI TRADIMENTI…".
Da un articolo di fondo apparso sul WASHINGTON POST, giornale americano: "…CHE ALLEATO SARA’ L’ITALIA IN CASO DI UNA GUERRA? QUALI GARANZIE CI SONO CHE L’ITALIA, CHE HA CAMBIATO SCHIERAMENTO NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE DI QUESTO SECOLO, NON FARA’ ALTRETTANTO?".
Il Generale ALEXANDER, scrisse in: "Le armate alleate in Italia" -" …il fatto è che il Governo italiano decise di capitolare non perché si vide incapace di offrire ulteriore resistenza, ma PERCHÉ ERA VENUTO, COME IN PASSATO, IL MOMENTO DI SALTARE DALLA PARTE DEL VINCITORE…".
Da "Le memorie del MARESCIALLO MONTGOMERY", comandante dell’8° armata britannica: "…il VOLTAFACCIA ITALIANO dell’otto Settembre FU IL PIÙ GRANDE TRADIMENTO DELLA STORIA…".
Ed ancora dal "Taccuino segreto di W. CHURCHILL", primo ministro inglese: "…SOLO DOPO LA DEFEZIONE ITALIANA NOI ABBIAMO POTUTO RAGGIUNGERE LA VITTORIA…".
Ma anche in la "Storia della diplomazia di POTEMKIN", ambasciatore sovietico a Roma, si legge: " …L’Italia fu fedele al suo carattere di SCIACALLO INTERNAZIONALE, sempre in cerca di COMPENSO PER I SUOI TRADIMENTI…".
Da un articolo di fondo apparso sul WASHINGTON POST, giornale americano: "…CHE ALLEATO SARA’ L’ITALIA IN CASO DI UNA GUERRA? QUALI GARANZIE CI SONO CHE L’ITALIA, CHE HA CAMBIATO SCHIERAMENTO NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE DI QUESTO SECOLO, NON FARA’ ALTRETTANTO?".
giovedì 27 agosto 2009
2009 8 26 Convegno Santità del 25 agosto 2009
Interessantissimo il colto e profondo intervento, al convegno sulla Santità di ieri 25 agosto,di padre Ottavio De Bertolis , docente alla gregoriana di Roma, teso a “spiegare la Santità”: un lungo e coinvolgente fluire di concetti, frasi e parole di altissimo livello, interamente coglibile nelle sue sfaccettature e molteplicità significanti solo da un pubblico culturalmente maturo.
Il Perno del convegno, cui si è correlato l’intervento del Vescovo mons. Pizziolo, che con perfetto eloquio a tutti comprensibile, ha dato il suo mirato apporto alla trattazione di un argomento assai difficile anche per gli aspetti teologico-dottrinali.
Peccato che una certa sinistra non abbia saputo resistere alla solita presunzione di volersi sempre attestare come esclusivo detentore e difensore della cultura invitando ad un convegno per “specialisti” il sindaco di Venezia Cacciari che, prima di esser filosofo è stato uomo dell’ultra sinistra ed è il politico che gestisce Venezia.
Il Veneziano Cacciari, cui nessuno disconosce intelligenza e cultura, ha navigato in acque fluide con reminescenze e citazioni sul sacro, da cui traspariva la sua mancanza di Fede che egli stesso in vari interventi pubblici onestamente ebbe a dichiarare, senza dare un contributo originale.
Ma a parte pochi osservatori esterni e poche eccezioni, il popolo di buona bocca della sinistra ha comunque gradito e doverosamente applaudito.
Mons. Pizziolo pastore della sua comunità civile e religiosa, ha comunque perfettamente assolto il suo compito di ospite procedendo con affabilità ed in assonanza con il suo mandato ed il motto sul suo stemma “omnia propter evangelium”.
Una nota davvero stonata l’ho invece colta (se non ho sentito male) quando padre De Bertolis ha detto che la Moldava (il fiume che scorre a Praga) piuttosto che ora con il “sistema liberalconsumista” dava miglior spettacolo durante il periodo dell’occupazione comunista: capitalismo sfrenato e comunismo sono due aspetti dello stesso tallone che schiaccia uomini e libertà, per di più l’invasione ed occupazione comunista del 68 ha fatto morti, prigionieri, detenuti a vita e deportazioni, senza contare l’oppressione culturale tipica del comunismo; non ritengo dunque che questi fatti abbiano potuto modificare l’aspetto del fiume Moldava ne tanto meno lo possano aver migliorato!
Alla fine, pensando alla semplicità di San Francesco, di Padre Pio, di madre Teresa di Calcutta, di tutti i Santi, al loro amore e spirito di sacrificio per gli altri, alla Grazia di Dio che li ha resi Santi, vien da chiedersi quanti tra coloro che erano presenti al “salotto buono” di ieri, per certi tratti dialettici e sostanziali paragonabile alle diatribe teologiche medievali, abbiano neppure lontanamente compreso il significante della Santità.
Il Perno del convegno, cui si è correlato l’intervento del Vescovo mons. Pizziolo, che con perfetto eloquio a tutti comprensibile, ha dato il suo mirato apporto alla trattazione di un argomento assai difficile anche per gli aspetti teologico-dottrinali.
Peccato che una certa sinistra non abbia saputo resistere alla solita presunzione di volersi sempre attestare come esclusivo detentore e difensore della cultura invitando ad un convegno per “specialisti” il sindaco di Venezia Cacciari che, prima di esser filosofo è stato uomo dell’ultra sinistra ed è il politico che gestisce Venezia.
Il Veneziano Cacciari, cui nessuno disconosce intelligenza e cultura, ha navigato in acque fluide con reminescenze e citazioni sul sacro, da cui traspariva la sua mancanza di Fede che egli stesso in vari interventi pubblici onestamente ebbe a dichiarare, senza dare un contributo originale.
Ma a parte pochi osservatori esterni e poche eccezioni, il popolo di buona bocca della sinistra ha comunque gradito e doverosamente applaudito.
Mons. Pizziolo pastore della sua comunità civile e religiosa, ha comunque perfettamente assolto il suo compito di ospite procedendo con affabilità ed in assonanza con il suo mandato ed il motto sul suo stemma “omnia propter evangelium”.
Una nota davvero stonata l’ho invece colta (se non ho sentito male) quando padre De Bertolis ha detto che la Moldava (il fiume che scorre a Praga) piuttosto che ora con il “sistema liberalconsumista” dava miglior spettacolo durante il periodo dell’occupazione comunista: capitalismo sfrenato e comunismo sono due aspetti dello stesso tallone che schiaccia uomini e libertà, per di più l’invasione ed occupazione comunista del 68 ha fatto morti, prigionieri, detenuti a vita e deportazioni, senza contare l’oppressione culturale tipica del comunismo; non ritengo dunque che questi fatti abbiano potuto modificare l’aspetto del fiume Moldava ne tanto meno lo possano aver migliorato!
Alla fine, pensando alla semplicità di San Francesco, di Padre Pio, di madre Teresa di Calcutta, di tutti i Santi, al loro amore e spirito di sacrificio per gli altri, alla Grazia di Dio che li ha resi Santi, vien da chiedersi quanti tra coloro che erano presenti al “salotto buono” di ieri, per certi tratti dialettici e sostanziali paragonabile alle diatribe teologiche medievali, abbiano neppure lontanamente compreso il significante della Santità.
mercoledì 29 luglio 2009
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