venerdì 16 ottobre 2009

CONVEGNO PIANO CASA GIUSEPPINE

L’esperienza, fatta come membro dei Beni Ambientali nella Commissione Edilizia di Cison di Valmarino, con personaggi del calibro dell’avv. M.D. Bottari e dell’arch. L. Bottan, per seguire tutta l’opera di restauro di Castelbrando è stata formativa; poi a Tarzo durante il commissariamento del Comune e quindi con il nuovo corso Amministrativo del Sindaco Bof, che mi ha confermato membro dei Beni Ambientali richiedendo in modo illuminato una Commissione che andasse incontro ai Cittadini, mi hanno insegnato molte cose. È mia profonda convinzione che la Commissione Edilizia non debba divenire un mezzo per favorire i potenti e vessare i colleghi né, tanto meno, un’arma contro i cittadini ma, al contrario, deve funzionare come strumento flessibile finalizzato ad aiutare tutti i cittadini, nel rispetto dell’ambiente, a realizzare le loro legittime necessità. L’operare, ad esempio, del Comune di Valdobbiadene, che non dice di no alle soffitte, come tanti Comuni, ma permette la costruzione di soffitte praticabili che fanno contenti i cittadini e portano denaro, come oneri, nelle casse del Comune, dimostra che intelligenza e disponibilità politica ed amministrativa mettono d’accordo Amministrazione Pubblica e cittadini.
Sono rimasto sconcertato da alcuni discorsi fatti al convegno sul Piano Casa Regionale dall’avv. Bruno Barel, tali da far esclamare ad alcuni partecipanti: “ma a Vittorio sono ritornati i comunisti ?”; le osservazioni, deduzioni ed i rischi di megavolumetrie incombenti da lui paventati cozzano, a mio parere, contro la realtà delle cose nei centri della provincia veneta: nelle nostre zone l’aumento del 20% della volumetria si risolverà per lo più nell’incremento di volume pari ad una stanza (quante grosse imprese stanno fallendo in questi giorni?); e tutte queste Sue paure sono la fotocopia delle affermazioni del centrosinistra, all’opposizione, rivolte al Governo Regionale.
Certo nasceranno nuovi problemi: ad esempio, nella stesura della Legge 10 ed ex 46, la nuova stanza realizzata in ampliamento potrà essere allacciata all’impianto di riscaldamento della casa che, forse, ha ancora una vecchia caldaia a gasolio: in tal caso si dovrà redigere la progettazione per la sola stanza o di tutto l’impianto (con tutte le problematiche connesse)? E tanti altri del genere che si dovrebbero risolvere con disponibilità e buon senso (merce assai rara).
Ad una Sua domanda al pubblico, retorica in quanto pareva ritenesse scontata la risposta, in cui egli ha chiesto se saremmo felici, a Vittorio Veneto, di veder realizzata una nuova volumetria con aumenti fino al 40% del volume dell’Italcementi io, da architetto, creativo con grande senso dell’etica che non si fa limitare dai pregiudizi, ritengo di poter invece rispondere: 1- se tale struttura, e relativo incremento di volumetria, fossero regalati ai soliti noti per farne appartamenti speculativi la risposta sarebbe ovviamente no (ma qui non c’entra il Piano Casa, semmai dovremmo chiederne conto a chi governa e controlla la città); 2 - se invece qualche Istituzione pubblica o privata volesse farne una nuova, vera, struttura sociale o turistica per la Città sarebbe da imbecilli non dare l’appoggio a tale iniziativa. Ogni norma può essere usata per il peggio o per il meglio (il famoso libero arbitrio…) ma i pregiudizi limitano la comprensione e la soluzione dei problemi.
Vediamo, dunque, per una volta di partire dal concetto positivo che il Piano casa sia stato pensato per muovere l’economia e funzionare come metodo di recupero di tanta edilizia speculativa, ormai obsoleta, e per spingere l’uso delle tecnologie di recupero dell’energia, senza comunque bendarci gli occhi di fronte alle superficialità ed incongruenze tipiche dei piani di urgenza e, ahimè, del legiferare contemporaneo…Prendiamolo come occasione, unitamente all’uso delle energie rinnovabili, per ridisegnare l’immagine architettonica delle nostre Città (in ciò sono d’accordo con l’avvocato), ripartendo con umiltà dallo studio classico per creare nuovi modelli, con il metodo dei piccoli passi e non della continua rivoluzione: la Porsche, nata negli anni 50, è stata oggetto nel tempo di continui miglioramenti tecnici e stilistici, non di continue rivoluzioni.
Dagli anni 70 nel nostro Paese è invece imperversato il modello (di sinistra) della rivoluzione ad ogni costo. Nella Scuola, nel Lavoro, nel Sociale, nella Giustizia la parola d’ordine è stata sempre “sperimentazione continua”, senza però poi mai fermarsi a farne un bilancio, a vedere se i metodi usati avessero conseguito i risultati prefissati per divenire poi al potere, in ogni campo, i più severi negazionisti; ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti: una scuola che per garantire ritmi su misura dei più limitati toglie interesse ai più dotati, continua a sfornare ignoranti, produce sempre più disoccupati anche se con la laurea, con il conseguente risultato di aver spinto gli italiani verso i lavori d’ufficio disertando la grande risorsa del lavoro manuale, specie edile e del mobile, che ci aveva fatto grandi nel mondo; nel lavoro la quasi perequazione degli stipendi del giovane apprendista con il capo squadra, con decennale esperienza, hanno distrutto i meccanismi di apprendimento del lavoro e di corretta gerarchia; nella società l’appagamento dell’io ha distrutto ogni possibilità di aggregazione: la famiglia prima di tutto, poi la Fede ed i comportamenti sociali ne stanno pagando le irreparabili conseguenze; nella giustizia il buonismo ha lasciato e continua a lasciare liberi di delinquere schiere di recidivi. Nell’edilizia il modello del “Contenitore”, così dagli anni 70 sono chiamati i nuovi blocchi edilizi delle città realizzati con la sola funzione di contenere il popolo, quasi questo fosse una quantità da mettere dentro in qualche cosa e non un insieme di singole persone con singole necessità e uguali diritti, ha distrutto il senso dell’urbanesimo classico nato nella nostra Patria quando gli altri popoli vivevano ancora una vita seminomade.
Un altro grave problema è la massa continuamente innovata di materiali da costruzione, i quali vengono scelti spesso per comodità costi o moda, non essendo stato possibile testarli adeguatamente nel tempo, tutti regolarmente certificati come duraturi e, soprattutto, bioecocompatibili: ricordiamoci che la casa, specie con i prezzi odierni, costa enormi sacrifici di una vita e dovrebbe essere fatta per durare almeno una vita, specie se pensiamo che gran parte della popolazione vive in case che di generazioni ne hanno vissute tante! E che l’Ambiente va salvaguardato. Attenzione dunque, poiché oggi si deve rimuovere l’Eternit, causa di tante crudeli morti!
Siamo chiamati ad una scelta su case di durata limitata o case rinnovabili nel tempo da lasciare ai figli: vista la nostra tendenza a copiare il sistema americano consumistico ed il Mercato che la fa da padrone, si fanno già case che non durano al prezzo di case durature; l’introduzione di nuove metodologie, per il risparmio energetico e della sicurezza antisismica, faranno ulteriormente fluttuare il prezzo; il tema merita quindi un grande momento di riflessione collettiva ma in particolare di chi imprende, pena la sua rapida scomparsa.
Per quanto riguarda il libretto della casa, tanto strombazzato come certificato di qualità, non dimentichiamo che i libretti delle auto e quelli delle medicine, entrambi da sempre esistenti, non dicono tutta la verità, infatti le auto consumano molto di più di quanto le Case automobilistiche dichiarano e le medicine non ottengono i risultati che promettono, quando almeno non creano gravi danni; ma certo visto che il cosiddetto consumatore informato è stato ormai predisposto (di persone che sappiano muovere le mani ce ne sono ormai ben poche, la maggioranza è stata resa non in grado di comprendere da sola le diversità e quindi si fida di quanto gli dicono i programmi,sponsorizzati, della TV) a pretendere il libretto della casa, sicuramente esso perverrà anche a creare nuova confusione, attestando magari come bravi costruttori vecchi speculatori più evoluti in campo pubblicitario, e gettando nella pattumiera piccole aziende storiche che, meno consce della attuale importanza del marcheting, hanno fatto della qualità edilizia il loro unico standard. Ma non sono forse i “geni” del hard marcheting i responsabili dei fallimenti di oltre 94 banche in dieci mesi del 2009 negli Stati uniti ? E’ d’obbligo anche qui una profonda riflessione.
Se poi ci mettiamo anche a sproloquiare di qualità estetiche dell’architettura (avvocato, lasciamolo almeno fare agli architetti…) vagheggiando un territorio di case modello alla F.L. Wright, ed incolpando i progettisti del basso livello generale, anche se qualche parte di verità in ciò c’è, non possiamo dimenticare alcuni punti fondamentali: A- il diluvio normativo, B - la “qualità” della committenza, C - il potere del mercato, D - l’efficacia dell’ente pubblico di controllo, E – la qualità dei progettisti.
A -Per diluvio normativo intendo una massa di introduzioni legislative, spesso malfatte ed in contrasto, che ogni giorno giungono attraverso internet a rendere la vita impossibile a progettisti ed uffici di controllo, con unico risultato l’aumento dei costi progettuali, l’affaticamento delle pratiche e la corsa alla deresponsabilizzazione dei funzionari pubblici; un esempio recente: recinzione in pali di legno e rete metallica di una casetta in collina, spessore cartellina 12 cm., pratica comunale, pratica beni ambientali, pratica comunità montana, pratica guardia forestale; tempo complessivo per il permesso 9 mesi, tempo per la realizzazione 4 gg. di lavoro; e non parliamo dei costi…In tale marasma il progettista si ritrova a preoccuparsi più degli aspetti burocratici formali che delle doverose istanze di bello e funzionale, cioè del bello e del buono, come lo definivano gli antichi Greci (kalos kai agathos).
B – I frutti della società industrializzata e commerciale li si vedono anche dai gusti dei nuovi ricchi: nelle case non c’è spazio per librerie sostituite dal mega schermo televisivo (per sorbire megastronzate, telenovelas e gli ordini subliminali dei poteri economici e politici); la casa e l’auto devono essere GRANDI e sfarzose (tipo Dallas) o minimaliste o retrò, poiché l’architettura d’oggi, immersa nella generale attuale decadenza di costumi e cultura, raramente sa e può vivere e condizionare il suo e nostro Tempo.
C - Tutti i bei discorsi sulla qualità poi, nel concreto, cozzano con gli interessi degli operatori economici dell’edilizia; come sperare fin tanto che le città restano prigioniere di imprenditori ignoranti, abituati ad operare in regime quasi di monopolio, a costruire su progetti “copia ed incolla” senza qualità edilizia ed architettonica ma con ricavi di ben altro livello, il cui unico interesse è un profitto ai più inimmaginabile ?
D – Il controllo pubblico si esplica troppo spesso in affaticamento delle pratiche, il cosiddetto “potere della burocrazia”, quando non si sottomette ai poteri forti, politici od economici; o peggio quando addirittura non diviene mano armata di una parte politica contro l’Amministrazione in carica; o quando risulta essenzialmente negazionista. I tempi di attesa devono drasticamente diminuire (per esempio a Vittorio Veneto le varianti urbanistiche 8 e 9, in dirittura di arrivo, sono state iniziate nel 2002, adottate nel 2004 e hanno atteso fino ad ora l’esito regionale, con il risultato che ora sono disponibili aree edificabili che, complice la crisi, non trovano al momento compratori) ed il risultato è sotto gli occhi di tutti: lungaggini a non finire, certificazioni, asseverazioni, montagne di carte, ma è assai raro riscontrare la qualità architettonica nel territorio: altro tema di riflessione importante; l’affaticamento burocratico sta infatti uccidendo il sistema Italia (in Germania per partecipare ad una gara di appalto si compila un A4 con alcune crocette…in Canada le pratiche sono velocissime e semplicissime, certo chi fa il furbo va in galera)
E – La qualità dei progettisti risente del degrado della scuola, della cultura, del mondo sociale; in una società che ha rinunciato a selezionare i migliori, l’appartenenza politica e l’amicizia con i potenti sono scelte quasi obbligate per il profitto, dato che l’obiettivo qualità viene strombazzato a destra ed a manca ma, nei fatti, l’unica cosa oggi ambita sono i soldi; a parte rare eccezioni la ricerca culturale di modelli artistici, tecnologici e funzionali lascia il posto ai soliti “acculturati” e vuoti convegni, a cui la maggior parte partecipa per essere presente ed i pochi interessati all’argomento se ne ritornano a casa regolarmente demotivati.
Pretendere poi che il D.L. denunci il suo cliente (decreto 380) per gli abusi è irrazionale, inverosimile e dimostra la rinuncia dello Stato a svolgere il suo compito e, contemporaneamente, la volontà di poter contare, comunque, su un capro espiatorio su cui riversare la dura mano della Legge e… le inevitabili sanzioni pecuniarie.
Quindi, avvocato, per favore non scagli le pietre solo contro i progettisti, altrimenti per rimbeccare potrebbero incolpare gli avvocati di qualità, tempi ed esiti dei processi, e gridare agli untori per tutti i delinquenti, piccoli e grandi, nostri ed importati, che circolano troppo liberi per tutto l’amato suolo nazionale (con questa battuta ho finito di tirare in ballo il mio caro compagno di scuola).
Ritornando dalle tematiche generali al convegno alle Giuseppine, è comunque degno di nota lo sforzo dell’Urbanistica del Comune di Vittorio Veneto di predisporre dei moduli di cosiddetta semplificazione che credo, comunque serviranno forse a semplificare l’iter agli uffici affaticando però ancor di più il solito professionista; mi preoccupa soprattutto l’asseverazione finale con cui si certifica che il progetto presentato, in regime di deroga del Piano Casa Regionale, è redatto in conformità del piano regolatore e del regolamento edilizio comunali: dal punto di vista penale, mi chiedo, cosa accadrà penalmente a quei progettisti che di fatto assevereranno operazioni assolutamente non previste, anzi in contrasto evidente con gli strumenti urbanistici comunali ma in regola con il Piano Casa? Qui sarebbe veramente gradito un parere legale.
Il Sindaco Da Re ha commentato dicendo che nella materia c’è tanta confusione ma, con grande semplicità, ha chiesto sinceramente il contributo dei partecipanti al convegno per trovare una linea di azione condivisa.
Spero che questo piano casa, pur nelle sue restrizioni congenite verso i centri storici, sia un’occasione, uno scalino nell’obiettivo di recupero dei centri storici e di sistemazione delle zone A, non un ulteriore problema; se si vuole davvero mettere in moto il recupero vitale dei centri storici bisogna riportarci gente, mestieri e commercio,vita non solo musei; e per poter conseguire questo obiettivo i legacci normativi e burocratici devono con coraggio e lungimiranza essere attenuati, non aumentare come invece sta succedendo; altrimenti trasformeremo i centri storici in vuoti monumenti cadenti continuamente bisognosi di cure con costi tra un po’, temo, insostenibili per la collettività.
Ritengo che, anche se i tempi sono strettissimi, dovrebbe essere nominata dal Sindaco una commissione ristretta supportata anche da rappresentanti dei liberi professionisti Cittadini.
Ringraziando per l’attenzione, la pazienza e, nella speranza di aver dato qualche modesto contributo, porgo i miei migliori saluti.
Arch. Dott. Flavio FRANCO

venerdì 25 settembre 2009

ATM e Società Unica

ATM oggi ha 57 dipendenti di cui 3 impiegati, 10 ausiliari per officine ecc, e 44 autisti.
Percorre con i suoi mezzi ca. 1.500.000 Km. Annui, di cui 870.000 Km. ca. con autobus urbani a Vittorio Veneto e Conegliano; di cui 320.000 Km. ca. con mezzi extraurbani servendo Sacile, Montaner, ecc; di cui 290.000 Km. ca. con mezzi idonei e lussuosi e due autisti a bordo.
ATM è una SpA di proprietà del Comune di Vittorio Veneto per la quota maggioritaria del 89,99 %; ATVO (servizi urbani ed extraurbani per San Donà, Jesolo ecc.) ne detiene il 10 %; la Provincia di Treviso solo lo 0,01 %.
Fino a pochi anni fa ATM era seriamente indebitata; da qualche anno invece è in attivo di bilancio con + 80.000 € ca.
Possiede un patrimonio edilizio recentemente periziato per un valore di qualche milione di €: potrebbe restare patrimonio della Città di Vittorio Veneto; o essere inglobato nella nuova Società Unica al valore periziato; potrebbe pure essere immesso nel mercato edilizio ma al valore corretto onde sgombrare il campo da possibili speculazioni edilizie; le ipotesi possono essere anche altre e ciò conferma la delicatezza delle scelte.
L’immagine dell’azienda, in attivo reale, è dunque più che soddisfacente.
Costruire un’azienda unica di trasporto pubblico per la provincia di Treviso, ispirata certo non al recupero di aziende in crisi, ma alla rivalutazione complessiva del trasporto pubblico provinciale per migliorare effettivamente il servizio all’utente finale comune per comune, ottimizzare i costi di gestione e costituire un nuovo soggetto più forte in grado di competere nei prossimi decenni nel panorama contermine con altre grosse realtà, è un obiettivo ambizioso, corretto e al passo con i tempi.
Certo ciò deve avvenire, per non destare scrupoli dubbi ed opposizioni, solo attraverso un passaggio in cui tutti i dati siano stati vagliati, approfonditi e resi trasparenti ma, soprattutto, definendo con competenza ed imparzialità la consistenza reale ed i ruoli delle singole aziende destinate ad essere inglobate dal nuovo Soggetto Unico.
Si è prospettata la Fusione, altri passaggi, e, per ultima, la creazione di una Società Unica in cui far confluire le attuali aziende; ma la definizione delle consistenze proposte non rappresenta, a mio parere, la realtà di ATM con evidente ed ingiustificato sbilanciamento a favore di altre aziende, la cui conseguenza ridurrebbe comunque il ruolo gestionale ed il potere decisionale di ATM, relegando l'unica azienda realmente sana all'ultimo posto in graduatoria, con prevedibili possibili effetti anche sul nuovo servizio di trasporto pubblico locale a Vittorio Veneto e verso e da Vittorio Veneto .
Buona cosa sarebbe preparare un planning realistico (che tenga conto del parco macchine attuale, delle loro specifiche destinazioni di uso e delle specifiche mansioni del “materiale umano”) delle linee e fermate in tutta la provincia servite dal nuovo Soggetto Unico di trasporto pubblico, onde poterne concretamente verificare la reale efficacia sul territorio ai fini dell’effettivo miglioramento del servizio nell’ambito complessivo dei comuni serviti e di quelli in previsione di modifiche e/o integrazioni del servizio, in cui siano chiaramente evidenziati eventuali tratti e/o corse soppresse, tempi di attesa, inizio e fine servizio giornalieri e festivi, costi previsti di biglietti ed abbonamenti.
Se si vuole, con gli attuali strumenti telematici e sulla base di un consolidato back ground documentale in possesso di ogni azienda coinvolta, la cosa è più semplice di quanto può parere; certamente una tale studio oggettivo sgombrerebbe il cammino dell’iniziativa da dubbi e passioni, e smaschererebbe eventuali opposizioni e strumentalizzazioni politiche.
Sarebbe poi utile sapere se il 2% ca. , che corrisponderebbe alla stima della consistenza e valore di ATM al momento attuale, espressa da società appositamente incaricata, renderebbe annualmente nelle casse di ATM, e quindi dei Vittoriesi che da sempre hanno aiutato e sostenuto questa loro azienda, quegli 80.000 € annui che oggi risultano in attivo di bilancio o, meglio, ( dato che la proprietà del Comune di Vittorio Veneto e quindi dei cittadini Vittoriesi è solo del 89.99 %, ) i 72.000 € annui: ulteriore ma non trascurabile parametro da tenere in considerazione.
Da considerare anche il fatto che sarebbe da invertire la ormai endemica tendenza ad “esportare” importanti servizi dalla Città di Vittorio Veneto in altri centri per cercare di ridare ruolo centripeto alla nostra Città.
Spero di aver dato un contributo di chiarezza per la decisione finale che, ricordo, spetta solo alle assemblee dei Soci delle aziende interessate, non certo ai rispettivi CdA che possono solo esprimere dei pareri in merito.

2009 9 25 La campana del "buonismo"

La campana del buonismo e del garantismo non deve più suonare.
E’ suonata l’ora dell’abolizione di certe cosiddette libertà e garanzie.
Non è più possibile accettare questo nuovo medioevo di invasioni barbariche e vessazioni alle persone perbene, capaci, oneste.
I poteri forti del capitalismo e della sindacalizzazione hanno tolto ogni meritocrazia ed annullato ogni valore premiando burocrati mediocri yesman e opportunisti, garantendo malandrini corrotti e corruttori, promuovendo omosessualità e perversioni, anteponendo socialmente ed economicamente gli stranieri al nostro Popolo, erogando denaro alla mafia all’informazione all’associazionismo camuffato da no profit, mentre percuotono in ogni modo gli onesti, i deboli, gli intelligenti, i migliori, gli italiani, i ricercatori scientifici, i veri uomini di cultura, i poveri: forti con i deboli, deboli con i forti, hanno annichilito la gente con l’avere, divisi ma uniti da denaro e potere.
Una parte degli stranieri vive da noi delinquendo, una parte vuole vivere da noi dettando con arroganza le sue regole; dicono a parole di volersi integrare ma nei fatti pretendono ed ottengono scuole coraniche, di vestirsi con il burka, di continuare le loro pratiche di infibulazione delle donne e di uccisione di mogli e figlie, di macellazioni per dissanguamento, di pregare durante gli orari di lavoro, di possedere più mogli…senza che nessuno li fermi (ma le femministe e gli animalisti dove sono?), di togliere i nostri simboli religiosi e di abolire persino nelle scuole presepi e feste cristiane, di fatto ci stanno occupando e sostituendo, con il supporto dei soliti traditori che hanno bevuto latte di yak alla mensa di Stalin o frequentate “certe” sacrestie.
Chiamano qui per qualche mese i loro vecchi i loro malati le loro varie mogli a spese nostre e li fanno curare, gli fanno ottenere pensioni od altri ristori, per poi rimandarli a casa insieme ai risparmi accumulati qui …
Ma ci sono anche altri stranieri silenziosi che passano inosservati, ma non per questo meno pericolosi: continuano infatti a comperare tutte le nostre attività in gravi difficoltà e,…nonostante per lo più il peggioramento oggettivo delle situazioni, “chissà con quali bravure” riescono a tenerle aperte ed addirittura a mantenerci lussuosamente intere famiglie numerose; dove prima i soliti “incapaci” di italiani si trovavano costretti a chiudere per non mangiarsi i risparmi di una vita !
Comprano titoli di studio, patenti, certificati di soggiorno e quanto altro mentre l’unico lavoro che “apparentemente” fanno è stare di giorno al bar con 2/3 telefonini, in capannelli che somigliano troppo ad associazioni a delinquere che solo la giustizia non riesce a cogliere; ma poi di notte spariscono in continuazione attrezzature dai cantieri, vi sono continui furti nelle case nelle scuole nelle chiese nei negozi, proliferano prostitute sulle strade, sguazzano ricettatori e venditori senza scrupoli, si trovano siringhe e pasticche persino nelle scuole elementari.
Fin da giovanissimi si riuniscono in bande minorili dedite a scorribande, malversazioni, spaccio, intimidazioni e spedizioni punitive, stupri e percosse, anche in un piccolo centro come quello di Vittorio Veneto.
I nodi vengono al pettine: un clandestino per anni ha frequentato i bar senza che nessuno si sognasse di “importunarlo” per chiedergli i documenti; in questi ultimi giorni prima una banda ha intimidito due giovani “morosi”, e chissà cosa sarebbe successo se non fossero arrivate delle persone in loro soccorso; poi in una strada cittadina è stata stuprata una ragazza sorda e, di fronte al fatto che l’amica 14enne non ha tentato nulla per aiutarla, la giustizia chiede come mai questa giovinetta abbia avuto paura di un marocchino, di cui avrebbe paura anche una qualsiasi donna finita; un marocchino, privo di permesso di soggiorno e che lavora solo saltuariamente.
Chiedetevi cosa accadrebbe se un padre italiano decidesse di sgozzare lo straniero reo di turno, come ha fatto l’arabo con sua figlia, ma la risposta ve la da già l’accusa di eccesso di difesa del gioielliere violentemente percosso e rapinato…
Svegliati popolo, raccatta quei rimasugli di onore dignità e coraggio, se ancora ne hai, ed abbatti democraticamente quanti ti sfruttano, ti prendono in giro e favorendo tutto ciò ti stanno portando alla rovina sociale spirituale ed economica: se lo vuoi puoi.
Svegliati straniero sincero e per bene e, per dimostrare la tua integrazione, denuncia chi lorda la tua sostanza di uomo, chi mina la tua tranquilla convivenza con un popolo da sempre generoso, se presto non vorrai trovarti a pagare per colpe degli altri; integra i tuoi figli insegnando loro amore e rispetto per questa loro nuova patria, per i nostri usi le nostre leggi e le nostre tradizioni.
Agli altri è invece giunta l’ora di far fermamente capire che ci sono regole e che vanno rispettate o se ne tornino a casa loro !
Quanti la pensano come me, non vogliono collaborare con i responsabili di questo nuovo medioevo, non vogliono che i loro figli vivano in un’infernale casbah, si uniscano al mio blog: acropolis-libera.Blogspot.com
La vostra voce, la mia voce, la Nostra Voce Libera
E che la Madonna ci aiuti in questo risveglio di dignità e fermezza dei valori, senza aneliti di violenza ne vendetta.

2009 9 24 leggo e diffondo (kiriosomega)

Il comandante supremo delle Forze USA nello scacchiere europeo, Generale EISENHOWER, nel suo "Diario di Guerra"scriveva: "La resa dell’Italia fu uno SPORCO AFFARE. Tutte le nazioni elencano nella loro storia guerre vinte e guerre perse, ma L’ITALIA E’ LA SOLA AD AVER PERDUTO QUESTA GUERRA CON DISONORE, SALVATO SOLO IN PARTE DAL SACRIFICIO DEI COMBATTENTI DELLA R.S.I.".
Il Generale ALEXANDER, scrisse in: "Le armate alleate in Italia" -" …il fatto è che il Governo italiano decise di capitolare non perché si vide incapace di offrire ulteriore resistenza, ma PERCHÉ ERA VENUTO, COME IN PASSATO, IL MOMENTO DI SALTARE DALLA PARTE DEL VINCITORE…".
Da "Le memorie del MARESCIALLO MONTGOMERY", comandante dell’8° armata britannica: "…il VOLTAFACCIA ITALIANO dell’otto Settembre FU IL PIÙ GRANDE TRADIMENTO DELLA STORIA…".
Ed ancora dal "Taccuino segreto di W. CHURCHILL", primo ministro inglese: "…SOLO DOPO LA DEFEZIONE ITALIANA NOI ABBIAMO POTUTO RAGGIUNGERE LA VITTORIA…".
Ma anche in la "Storia della diplomazia di POTEMKIN", ambasciatore sovietico a Roma, si legge: " …L’Italia fu fedele al suo carattere di SCIACALLO INTERNAZIONALE, sempre in cerca di COMPENSO PER I SUOI TRADIMENTI…".
Da un articolo di fondo apparso sul WASHINGTON POST, giornale americano: "…CHE ALLEATO SARA’ L’ITALIA IN CASO DI UNA GUERRA? QUALI GARANZIE CI SONO CHE L’ITALIA, CHE HA CAMBIATO SCHIERAMENTO NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE DI QUESTO SECOLO, NON FARA’ ALTRETTANTO?".

giovedì 27 agosto 2009

2009 8 26 Convegno Santità del 25 agosto 2009

Interessantissimo il colto e profondo intervento, al convegno sulla Santità di ieri 25 agosto,di padre Ottavio De Bertolis , docente alla gregoriana di Roma, teso a “spiegare la Santità”: un lungo e coinvolgente fluire di concetti, frasi e parole di altissimo livello, interamente coglibile nelle sue sfaccettature e molteplicità significanti solo da un pubblico culturalmente maturo.
Il Perno del convegno, cui si è correlato l’intervento del Vescovo mons. Pizziolo, che con perfetto eloquio a tutti comprensibile, ha dato il suo mirato apporto alla trattazione di un argomento assai difficile anche per gli aspetti teologico-dottrinali.
Peccato che una certa sinistra non abbia saputo resistere alla solita presunzione di volersi sempre attestare come esclusivo detentore e difensore della cultura invitando ad un convegno per “specialisti” il sindaco di Venezia Cacciari che, prima di esser filosofo è stato uomo dell’ultra sinistra ed è il politico che gestisce Venezia.
Il Veneziano Cacciari, cui nessuno disconosce intelligenza e cultura, ha navigato in acque fluide con reminescenze e citazioni sul sacro, da cui traspariva la sua mancanza di Fede che egli stesso in vari interventi pubblici onestamente ebbe a dichiarare, senza dare un contributo originale.
Ma a parte pochi osservatori esterni e poche eccezioni, il popolo di buona bocca della sinistra ha comunque gradito e doverosamente applaudito.
Mons. Pizziolo pastore della sua comunità civile e religiosa, ha comunque perfettamente assolto il suo compito di ospite procedendo con affabilità ed in assonanza con il suo mandato ed il motto sul suo stemma “omnia propter evangelium”.
Una nota davvero stonata l’ho invece colta (se non ho sentito male) quando padre De Bertolis ha detto che la Moldava (il fiume che scorre a Praga) piuttosto che ora con il “sistema liberalconsumista” dava miglior spettacolo durante il periodo dell’occupazione comunista: capitalismo sfrenato e comunismo sono due aspetti dello stesso tallone che schiaccia uomini e libertà, per di più l’invasione ed occupazione comunista del 68 ha fatto morti, prigionieri, detenuti a vita e deportazioni, senza contare l’oppressione culturale tipica del comunismo; non ritengo dunque che questi fatti abbiano potuto modificare l’aspetto del fiume Moldava ne tanto meno lo possano aver migliorato!
Alla fine, pensando alla semplicità di San Francesco, di Padre Pio, di madre Teresa di Calcutta, di tutti i Santi, al loro amore e spirito di sacrificio per gli altri, alla Grazia di Dio che li ha resi Santi, vien da chiedersi quanti tra coloro che erano presenti al “salotto buono” di ieri, per certi tratti dialettici e sostanziali paragonabile alle diatribe teologiche medievali, abbiano neppure lontanamente compreso il significante della Santità.

martedì 30 giugno 2009

Cervelli in Fuga - Leggo e Diffondo

Cervelli in fuga - Rita Clementi, 47 anni, 3 figli: sistema antimeritocratico

«Scappo. Qui la ricerca è malata»
Lettera della precaria che scoprì i geni del linfoma
Da mercoledì 1˚luglio lavorerà come ricercatrice in un importan­te centro medico di Boston.

Rita Clementi, 47 anni

Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito al­la loro madre. Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie­dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian­do ad essere italiana.
Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denun­ciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è auto­maticamente espulso dal «siste­ma » indipendentemente dai ri­sultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottie­ne, poiché in Italia la benevo­lenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricer­ca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per­mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nul­la. E poi, perché dovrebbe adi­re le vie legali se docenti dichia­rati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver con­dotto concorsi universitari vio­lando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continua­to a essere eletti (dai loro colle­ghi!) commissari in nuovi con­corsi?
Io, laureata nel 1990 in Medi­cina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Uni­versità, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con pri­mo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfo­ma maligno possono avere un’origine genetica e che è dun­que possibile ereditare dai geni­tori la predisposizione a svilup­pare questa forma tumorale. Ta­le scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decade­re non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ri­cerca stranieri hanno conferma­to la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profe­ta in Patria.
Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeni­che...
Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pen­sionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, con­tratti di consulenza... Come ul­timo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica me­dica dell’Università di Pavia, fi­nanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.
Sia chiaro: nessuno mi impo­neva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dal­la forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ri­cerca che molti hanno giudica­to promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfig­gere il cancro.
Desidero evidenziare pro­prio questo: il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta­re a crescere; per questo moti­vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han­no ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca.
È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu­me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con­seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi­tà e gli enti di ricerca come feu­do privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.

Rita Clementi
29 giugno 2009

mercoledì 24 giugno 2009

Toni Da Re Sindaco a Vittorio Veneto, PDL e Sen. Castro

Dai tempi dell’università mi ero reso conto della crisi di un Sistema che per il Denaro ed il Sindacato aveva rinnegato i Valori Fondanti della Vita e costruiva a tavolino imbecilli per meglio governare. Nel ‘93 dopo un cancro avevo inteso dare il mio contributo ed entrai in A.N. Nonostante un ottimo risultato alle Regionali del 2000 ed una strada aperta, dopo aver sopportato “ominicchi” ed opportunisti, incapaci nel quotidiano ma bravi a costruirsi nicchie dorate nella politica, nel 2004 me ne andai dimettendomi da Presidente a Vittorio Veneto e membro del Direttivo Provinciale, per la colma della dichiarazione di Fini sulla Repubblica Sociale come “male assoluto”: mio padre fu volontario nella RSI nella Xà.
Ricordo Maurizio Castro dai tempi del Liceo come studente modello, buono, intelligente, preciso e di grande volontà, già allora impegnato in una destra ordinata e ligia, diversa dalla mia visione indisciplinata e sociale. Quando mi volle incontrare a Pieve di Soligo prima della sua elezione a Senatore, pur distante da AN da 4 anni accettai. Quando, dopo una carriera dirigenziale ormai di primo piano, divenne Senatore tutti erano contenti che un nostro così famoso concittadino assumesse una così importante carica dello Stato, contando che esperienza politica e dirigenziale marciassero unite.
Alla sua prima uscita locale il centrodestra cittadino forse ben poco comprese della Sua dialettica di alto livello, fuorché il concetto di ridare un Destino a questa Città, nostalgica dei fasti passati ma in parte poco incline ai cambiamenti, anche se il “come” restava da svelare.
Poi i tempi troppo brevi di questa dimessa campagna elettorale, che , come quella contro Berlusconi, si è caratterizzata non per le idee (sentire certi candidati Sindaci è stata una pena..) ma per i toni alti ed i colpi bassi con l’unica motivazione di tutti i Partiti di mandare a casa la Lega.
Quindi il tiro alla fune tra Lega e PDL, con un PDL inesistente e da anni endemicamente diviso tra Gaviani e Sernagiottani; e pensare che avevo pensato di propormi per riorganizzarlo.
Nonostante una sua fazione si fosse schierata con la Lega con cui al Governo Nazionale e Regionale marcia Unito, fino all’ultimo, in un “torneo” che ha visto Vittorio Veneto incolpevole campo di battaglia di uno scontro tra correnti del PDL e Lega che parte da molto più lontano per il controllo del Veneto, il PDL sacconiano ha giocato sul posto con M. Castro il suo gioco ed ha perso, ritrovandosi con il cerino acceso in mano: l’elettorato ha fatto vincere la Lega da sola contro la Sinistra, PDL fuori gioco.
Chi lavora ogni giorno per un risultato concreto, Chi fa politica sa che i numeri contano, e che si può tirare la corda fino ad un certo limite.
Si può anche tentare la carta finale, ma poi devono subentrare il senso della realtà, il dovere di squadra, l’etica, anche contro gli ordini di partito; non si possono lasciare gli elettori liberi di votare facendo intendere che è meglio che votino a sinistra, il PD, piuttosto che far vincere la Lega, partito con cui è difficile trovare accordi, totalizzante ed irregimentato; la Gente ha gli occhi per vedere, ha vissuto cosa ha fatto la sinistra dagli anni 70 in poi nel Paese ed a Vittorio Veneto e cosa ha invece fatto la Lega in questi 10 anni. Quindi era difficile e fuori della realtà credere che, a parte una minoranza di partito, quanti votano PDL perchè non condividono le politiche di sinistra potessero obbedire a direttive “contro natura”. E così è stato
Ma il massimo del risultato per il PDL sacconiano è la “navigata” dichiarazione odierna di Costa del PD, che ha ringraziato l’ex ”avversario” PDL per i pochi voti che gli ha dato: con queste semplici parole Costa ha astutamente conseguito il doppio risultato di “condannare ” alla gogna i “collaborazionisti” dell’Altra Parte e contemporaneamente di togliere loro credibilità e velleità.
La Sinistra vittoriese, presentatasi divisa al primo turno solo per contarsi e dividersi gli scanni in caso di vittoria, poi prevedibilmente come sempre si è coerentemente schierata con il suo Candidato Sindaco Costa ed ora sarà all’Opposizione; il più bello, però, ha ancora da venire con De Bastiani, e De Nardi del PDL sacconiano sui banchi dell’Opposizione schierati con la sinistra (se non riterranno più opportuno trovare accordi di convivenza con la Lega); con M. Campodall’Orto - che merita di essere il capogruppo del PDL - non distante dalla Lega all’opposizione, e con Forza Vittorio, fazione del PDL già in Consiglio con la Lega, riconfermata in Maggioranza.
In tale scenario si è perpetrata questa catastrofe ampiamente prevedibile della politica e del buon gusto; se la Politica praticasse la meritocrazia ed il rinnovamento morale di cui tanto oggi si vanta, certo a più d’uno specie tra quanti in alto non si sono esposti dovrebbe chieder conto.

Leggo e Diffondo: A. Mezzano - Sul Risarcimento alla Libia di Gheddafi

E’ LA SOLITA POLITICA DEI VERMETTI-FURBETTI

A proposito della visita di Gheddafi

di Filippo Giannini

“Vermetti-furbetti: sono così chiamati dei piccoli animali invertebrati che hanno corpo molle. Il loro luogo naturale, dove prolificano, è in quella fascia di terra bagnata dal mare caldo”.
Sì, i vermetti-furbetti hanno lasciato credere che le atrocità (reali o presunte, come vedremo) commesse dagli italiani in Libia, furono opera del male assoluto. La Verità vera è completamente diversa, o almeno fortemente ridimensionata.
L’invasione della Libia fu preparata dall’Italia fin dal 1887 (Mussolini, il male assoluto, aveva quattro anni). Forti pressioni per questa impresa vennero principalmente dalle banche alla testa delle quali era il Banco di Roma che aveva investito notevoli capitali proprio in Libia, contando sulla sua trasformazione in colonia. Ma a favore della spedizione troviamo anche i socialisti, i sindacalisti rivoluzionari, nonché i cattolici. La decisione della guerra contro la Turchia, che allora dominava la Libia fu presa dal Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, nel novembre 1911 ed il 25 di quel mese il dado fu tratto, e fu guerra. Violente dimostrazioni contro quell’impresa si svolsero principalmente in Romagna, guidate, indovinate da chi? Dall’allora non ancora male assoluto. Però, evviva la democrazia, la dichiarazione di guerra, come consentiva l’art. 5 dello Statuto, fu inviata senza l’approvazione del Parlamento (cose fasciste, vero? Anzi fascistissime), il quale, in vacanza dal luglio, riaprirà solo il 22 febbraio 1912.
Il contingente italiano, dopo aspri combattimenti, occupa i principali centri costieri della Tripolitania e della Cirenaica; ma non va oltre. L’interno libico rimarrà, per almeno due decenni, in mano di bande locali, spesso in lotta fra loro.
Ma, c’è sempre un ma, anche se non ancora in Camicia nera: un attacco turco a Sciara Sciat provoca quasi 400 morti fra i bersaglieri italiani. Seguirà da parte italiana una feroce rappresaglia (fascista? Ma che pensate! Mancano ancora una dozzina di anni prima che il male assoluto prenda il potere) che colpirà anche la popolazione civile dell’oasi. Il comportamento italiano susciterà indignazione nella stampa internazionale e provocherà un’intensificazione della guerriglia araba di resistenza. E’ OVVIO che i vermetti-furbetti, giocando sul monopolio dell’informazione e sull’ignoranza del popolo, HANNO FATTO CREDERE CHE QUELLA RAPPRESAGLIA FOSSE DI CHIARA MARCA FASCISTA. E non è da dimenticare che dopo la Prima Guerra Mondiale la riappropriazione della Libia fu avviata con mano di ferro da un Ministro liberale che si chiamava Giovanni Amendola.

La visita del dittatorello libico, colonnello Gheddafi che ci ha onorato in questi giorni di giugno 2009, nel corso della quale ha preteso, e ottenuto le scuse da parte delle autorità italiane per le atrocità commesse dall’Italia fascista (il fascismo, come abbiamo visto, nel caso di Sciara Sciat, era ancora solo nella mente di Allah), ed i vermetti-furbetti si sono genuflessi anche dinanzi al sanguinario beduino.
Chi scrive queste note non è un fanatico, quindi riconosce che nel caso specifico le scuse erano giustificate, ma (ecco un altro ma) quali scuse ha portato Gheddafi per le atrocità commesse da parte dei suoi concittadini a danno degli italiani? Circa le atrocità di cui furono vittime i soldati italiani caduti nelle mani dei turchi-libici durante la conquista di Tripoli, sono così riportate dal Journal: E il giornalista del Matin: . E chi porge le scuse per queste atrocità? I vermetti-furbetti non dispongono degli attributi necessari per un giusto atto d’orgoglio.
Il mai sufficientemente rimpianto Franz Maria D’Azaro, già il 10 novembre 1987 scriveva: . Quello che una volta erano ridicole pretese, oggi, 2009, il col. Gheddafi torna a casa con un assegno che gli italiani dovranno onorare. Questa è la politica dell’italietta nata dalla Resistenza, priva di un anche minimo motivo di orgoglio.

E veniamo alle imprese di Omar al Muktar. Il film che esaltava le imprese del ribelle libico, Il Leone del deserto, costato circa cinquanta miliardi di lire nel 1980, ebbi occasione di vederlo nei primi anni del ’90 in Australia, per quanto ricordo, non fu particolarmente acido nei confronti degli italiani. Il film non è stato mai proiettato in Italia.
Omar el Muktar era al servizio del monarca senussita, Re Idriss, detronizzato proprio da Gheddafi nel 1969.
Ora è necessario ricordare, checché ne possano dire i vermetti-furbetti, la pacificazione della Libia era una delle tante eredità negative lasciate al fascismo dai governi precedenti. Come ricorda Franz Maria D’Azaro, quando Rodolfo Graziani, inviato in Libia dal Governo per tentare la pacificazione, trovandosi di fronte a Muktar, questi chiese al futuro Maresciallo d’Italia: questi rispose: accompagnando la risposta mostrando una moneta romana di Leptis Magna, così denominata la Roma d’Africa da Diocleziano. Interessante è anche quanto ricordato, sempre da Franza Maria D’Azaro, riportando un giudizio di Oliver Reed che interpretava nel film la parte di Graziani, il quale nutriva una profonda stima verso il ribelle libico, ricorda Reed . In altra occasione Graziani disse a Muktar: . In merito a ciò, commenta Reed: .
Omar el Muktar nasce in un villaggio della Marmarica orientale intorno al 1862, in un ambiente fortemente influenzato dalle regole del Corano. Omar el Muktar si fa notare sia per la sua attitudine negli studi coranici, sia per il suo temperamento volitivo, ma anche per la sua volontà nel combattere prima i turchi, poi gli invasori italiani. A 40 anni è nominato capo della Zawia (convento e centro d’azione) e tornato nella natia Marmarica ha la spiacevole sorpresa di vedere le tribù sottomesse al governo italiano. Da allora in poi, sempre nel nome di Dio Altissimo e Misecordioso, punisce con spietata durezza chiunque accetti di collaborare con le autorità italiane.
A causa della guerra 1915-1918 il territorio, specialmente quello interno, vide le truppe italiane ridursi notevolmente per essere trasferite in altri fronti, così che bande sempre più numerose poterono spadroneggiare nel territorio imponendo decime alle popolazioni, accanendosi, in particolare contro coloro che mostrano una qualsiasi simpatia verso l’Italia. Omar el Muktar ha una parte preminente in queste azioni intimidatrici e punitive, precedute e seguite sempre da atti di inaudita ferocia. Fare un elenco del terrore seminato dal Leone del deserto e da altre bande simili è semplicemente impossibile (1). L’attività di Omar el Muktar assume connotati di assoluta preminenza nel biennio 1929-1931, di conseguenza il Governo italiano ritenne indispensabile pacificare tutta la Libia. Badoglio e Graziani, incaricati allo scopo, reputarono necessario sottrarre il territorio all’influenza dei capi locali. Graziani, sempre affascinato dal modello della romanità, si richiamò alla legge “parcere subiectis et debellare superbos” e la applicò sforzandosi a persuadere i nativi che se protetti dal tricolore italiano avrebbero ottenuto un avvenire tranquillo e di prosperità. Quindi giustizia e perdono per i sottomessi, severità implacabile per i ribelli.
Mohamed el Mohesci, giornalista filo-italiano, sostenne che la tensione alimentata da Omar el Muktar stava frenando il decollo economico e sociale della Cirenaica, nonostante .
Negli anni ’29, a seguito di una serie di contatti con alti ufficiali italiani, sembrava che un accordo sulla pacificazione fosse a portata di mano, ma a ottobre di quell’anno el Muktar ordinò l’attacco ad una pattuglia di zapié (carabinieri indigeni) comandati dal brigadiere Stefano Ramorino, accorsa per riparare la linea telefonica, appositamente sabotata in località Gars Benigden proprio per realizzare l’agguato. L’eccidio compromise qualsiasi ulteriore tentativo di accordi e ravvivò la guerriglia e la contro-guerriglia. Nei primi quattro mesi del 1931 il ritmo delle razzie e degli agguati assunsero proporzioni non più tollerabili. Fu in questo contesto che Graziani concepì e diresse la più grande e complessa operazione sahariana mai prima compiuta. Obiettivo finale della manovra: l’oasi di Kufra, nel più profondo sud desertico, conquistata, dai reparti cammellati, dopo una massacrante marcia nel deserto.
Contrariamente a quanto prevede il codice d’onore occidentale, un capo arabo ha il dovere di sottrarsi alla morte e alla cattura. Omar el Muktar, approfittando di questo diritto, non accettò la battaglia, ma ormai stanco, sfiduciato, vecchio e abbandonato dai suoi fidi, venne catturato, ai primi di settembre del 1931 nella zona di Uadi el Kuf, da una pattuglia di Sawari. Dopo la cattura, accusando di essere stato abbandonato al suo destino, stoicamente aggiunse: .
Graziani, d’accordo con Badoglio e con il Ministro delle Colonie De Bono, convocò il Tribunale militare speciale.
Trascriviamo le parti essenziali del dibattimento: “L’anno millenovecentotrentuno, il giorno quindici del mese di settembre, in Bengasi nell’ufficio d’Istruzione delle Carceri Regionali (…). Si entra nel vivo della causa. Il Presidente chiede: . Omar: (…). Pres. : . Omar: . Pres.: . Omar: (…). Pres. : . Omar: . Pres.: . Omar: (…). Dall’arringa del Pubblico Ministero proponiamo solo le parti più determinanti. Il P.M. rivolgendosi all’imputato lo accusa: .
Al termine dell’udienza il Presidente chiese al giudicabile se ha altro da dire a sua discolpa, ed ottenuta risposta negativa, il Tribunale si ritirò in Camera di Consiglio. - Dopo mezz’ora rientra nell’aula ove tra un religioso silenzio il Presidente legge la sentenza con la quale, ritenuto Omar el Muktar responsabile dei reati ascritti, lo condanna alla pena di morte. Avendo l’interprete tradotta la sentenza al giudicabile, questi dice: -Da Dio siamo venuti, a Dio dobbiamo tornare-.
Il giorno dopo, alle 9 nell’assolata piana di Soluk, l’esecuzione venne consumata in un cupo silenzio. - L’evento è triste - ha scritto Franz Maria D’Azaro - ma chi ha giudicato Omar el Muktar ha la certezza di averlo condannato non per aver animato la ribellione, ma per aver ordinato, incoraggiato e lasciato compiere atrocità contro gli italiani e contro le stesse popolazioni indigene (…). Un fatto è certo, scomparso Muktar – cui fece seguito la coraggiosa liberazione in massa degli ex ribelli – non un solo colpo di fucile è stato più esploso contro gli italiani, razzie e saccheggi finirono d’incanto e i remoti territori del deserto tornarono alla serenità -.

Ed ora facciamo qualche dispettuccio ai vermetti-furbetti, ricordando qualche esempio di quanta cattiveria fu animata la colonizzazione Littoria.
Il Duce si recò in Libia dal 12 al 21 marzo 1937, per inaugurare ospedali, strade, edifici pubblici, fattorie. Anziché essere preso a fucilate fu accolto dai nativi con un entusiasmo incontenibile, tanto che gli fu donata la Spada dell’Islam, intarsiata in oro massiccio e pietre preziose, alto simbolo di riconoscenza. Nel corso delle sua visita nelle varie località libiche l’entusiasmo dei coloni italiani e della popolazione locale era veramente esaltante. Descrivere in queste poche pagine le opere compiute dal lavoro fascista, a dispetto del dittatorello libico, risulta impossibile, ma solo per motivi di spazio.
Un’altra iniziativa del male assoluto, accuratamente taciuta dai vermetti-furbetti, iniziativa unica del genere per i Paesi colonizzatori, fu il provvedimento con il quale grazie al R.D. Legge 3 dicembre 1934 XIII, N° 2012 e del R.D. 8 aprile 1937 XV N° 431, dove nell’articolo 4 è riconosciuta . Per essere più chiari, l’infame Regime riconosceva i cittadini libici come cittadini italiani; chiamati, allora, italiani della quarta sponda.
Spaziando ancora con qualche esempio, possiamo ricordare quanto scrisse il capo senussita Mohammed Redà: .
E ancora. Un autorevole insegnante libico, il prof. Mohammed ben Messuad Fusceka, in un suo libro, con il titolo La storia della Libia, edito nel 1956, fra l’altro ha scritto: .

E oggi (ma quanta tristezza), cosa possono snudare e alzare verso il cielo i vari vermetti-furbetti, i vari arlecchini e pulcinella, i quali non hanno niente di meglio che indagare quanti rapporti sessuali ha uno rispetto all’altro? Li vediamo genuflessi di fronte ad un Gheddafi autore di una delle più vergognose rapine che la storia ricordi, durante le quali parlò di cancro italiano. Quando cacciò, negli anni ’70 gli italiani dalla Libia, appropriandosi da perfetto razziatore di quattromila ettari di terreni, di 714 mila olivi, 245 mila piante di agrumi, 184 mila piante di mandorlo, un milione di tralci di uva, 4 mila ville, 765 appartamenti, 468 edifici, 727 tra veicoli industriali e trattori agricoli, 265 officine, 50 industrie, nazionalizzate le banche (un affare da quattordici miliardi in un colpo solo), un numero imprecisato di oggetti di valore confiscati nelle case degli italiani. Una sola soddisfazione, se questa fosse sufficiente: (Franz Maria D’Azaro). Ed i vari Arlecchino e Pulcinella per ricambiare e riparare la rapina da noi subita, hanno regalato al rapinatore un risarcimento (lo vogliamo chiamare così?).

Ed io non dovrei essere un nostalgico?

1) Per coloro che volessero approfondire l’argomento, si consiglia la lettura di un articolo a firma di Franz Maria D’Azaro, contenuto ne Il Secolo d’Italia del 10 e 13 novembre 1987.